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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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25 giugno 2007

BOLIVIA / TARCISIO


Tekove Katu significa benessere totale, in lingua Guaranì. È il nome del posto in cu mi trovo, il "convenio de salud" diretto dal Padre Tarcisio. Mentre scrivo tre bimbi indigeni disegnano sui quaderni che abbiamo portato dall'Italia, su un tavolo un metro dietro di me. Adesso hanno cominciato a cantare, tutti insieme.

Via da Santa Cruz

Santa Cruz è divisa in 8 anelli concentrici. Sabato mattina siamo stati nel primo, il centro, cuore della resistenza a Morales. Sui muri graffiti e manifesti inneggiano alla "resistencia", per le strade indigeni quetchua (l'etnia più versata al commercio) vendono empanadas e oggetti di artigianato locale.
Abbiamo visitato la cattedrale, vagamente gotica, dal cui pulpito si è levato il grido in difesa della religione obbligatoria nelle scuole (resa facoltativa dal presidente), poi siamo andati in agenzia a prenotare le prossime tappe del viaggio, abbiamo fatto la spesa e mangiato al self service pollo con le ciliegie. Alle tre e mezza siamo partiti per Gutierrez, in jeep.


Autostrada per l’Argentna

Al volante Valentin (“non del tutto Guaranì”), navigatore Francesco, dietro Vanessa ed io. Sul portapacchi, nel bagagliaio e fra di noi zaini, casse d’acqua, componenti per pc, frutta, spaghetti. Alla missione c’è sempre bisogno di molte cose e ogni vista in città è buona per procurarsele.
Il nostro albergo a Santa Cruz è nel secondo anello. Mentre ce lo lasciamo alle spalle il tenore di vita si abbassa e i bimbi si fanno più magri. Imbocchiamo l’autostrada per Gutierrez: è quella che va a sud, sempre dritto fino all’Argentina.
Ai caselli non ci fanno pagare, Valentin si sporge dal finestrino “convenio de salud... gracias” e tira dritto senza aspettare risposta. I caselli e gli autogrill sono baracche di legno, circondate da nugoli di bambini che offrono di tutto, sventolando denti bianchissimi. C’è anche il telepass. Consiste in un filo legato da una parte al casello/baracca, dall’altra tenuto tirato dai bambini, che lo lasciano andare ridendo quando il pedaggio è saldato. Sulla strada è un continuo andirivieni di viandanti e venditori di frutta, mentre a destra e sinistra partono oscuri sentieri in terra battuta che si perdono nel nulla.
Poco prima di Gutierrez il paesaggio comincia a cambiare. Colline e boschi subentrano ad una pianura simile alla savana africana (vista nei film). Siamo nella zona del Che. Superato il Rio Grande (uno dei principali affluenti del Rio delle Amazzoni, nella foto) passiamo davanti ad una casa.


“lì ci abita un tipo che l’ha conosciuto... era un bambino e il Che è stato a casa sua. Sua madre aveva un ascesso e non riusciva ad aprire la bocca, allora il Che ha tirato fuori dalla tasca un pacco enorme. L’ha srotolato fino a quando non è diventato un’ampolla piccolissma. Ha convinto la madre a prendere la medicina... è stata meglio”


Si sta facendo buio e l’illuminazione lascia un po’ a desiderare. Comincia pure a piovere, per fortuna siamo quasi arrivati.


Tekove Katu
Padre Tarcisio ci accoglie come se fossimo vecchi amici. Dentro l’ufficio/cucina/studio ci aspetta un brodo di pollo (vero), una torma di bimbi e alcune splendide signore che hanno tutta l’aria di sapere il fatto loro in tema di cucina.
La tavola non viene ma sgombrata del tutto, c’è sempre qualcuno che passa e magari deve ancora mangiare. Fuori dal muro di zanzariere (un flagello in tutte le stagioni: io sono una carta geografica ambulante) c’è un albero con uno strano accrocchio da cui salgono i polli per andare a dormire. “sono molto meno stupidi di noi che li vogliamo tenere in gabbia... lì sopra le volpi non ci arrivano” dice Pancho.
“Benessere totale” non è uno slogan, ma un ospedale, una scuola e una pratica. La scuola ospita corsi di infermieristica ed educazione ambientale. Sono aperti a ragazzi Guaranì dai 18 ai 30 anni e servono per ottenere il diploma statale. In teoria ciò che si impara non serve solo a sé stessi, ma a tutta la comunità: alla fine di ogni corso (che dura 4 anni) ogni ragazzo torna nel posto in cui è cresciuto e “compartisce” il suo sapere con la comunità. Negli ultimi tempi, però, lo studio comincia ad essere inteso come opportunità individuale e Padre Tarcisio ne è preoccupato. Anche l’alcol è un problema. Gli indigeni lo usano come una droga, per sfasciarsi. Alcol puro a ottanta gradi con soda. Un po’ come i nativi americani di “Manituana”, trecento anni dopo.


Una comunità di destino

Il popolo Guaranì è dviso in comunità sovranazionali (sparse in Brasile, Bolivia, Paraguay) prive di alcun rapporto gerarchico. L’individuo è innanzititto membro della comunità, poi della famiglia. La terra è divisa tra le famiglie e i raccolti sono l’occasione delle feste e della redistribuzione: chi ha prodotto più mais ne porta di più (e se la tira). Una parte di terra è gestita direttamente dalla comunità e il raccolto che ne deriva serve per compensare quelli che l’hanno avuto più magro.

A Gutierrez la missione è il cuore della comunità: la luce è arrvata da tre anni e tutta la ciità ha l'acqua da quando Padre Tarcisio ha fatto mettere la cisterna (e quindi l'impianto). Anche per questo i padroni (schiavisti ottocenteschi che tengono gli indigeni come servi della gleba) si prodigano in sorrisi e smancerie quando lo incontrano. L’autoderminazione è una battaglia di giustizia per gli occidentali di passaggio come noi o stanziali come Pancho (Francesco) e una questione esistenziale per gli indigeni. Rivendicare l’autonomia alla fine significa lottare per vivere con ciò che si produce nella terra in cui si è nati. Liberi.


Padre Tarcisio

È arrivato qui 32 anni fa. Che Guevara era morto da sette anni, io ne avevo due. Erano i tempi della teologia della liberazione: preti guerriglieri e golpisti liberali si fronteggiavano in tutto il Sudamerica. Boff e gli altri (teologi della liberazione) erano tutti allievi di Ratzinger, che prima di diventare il loro persecutore (la Congregazione della dottrina della fede, ex Sant’Uffizio, di cui era Prefetto fu lo strumento con cui vennero spazzati via) era un “conciliarista” di idee progressiste. O almeno l’aveva fatto credere.
Quando Padre Tarcisio sa che io e Vanessa facciamo comunicazione si illumina “quello che serve qui”. Pancho mi aveva già informato della pressoché totale ostlità dei media nei confronti degli indigeni, non avevo capito però che ci fosse questa urgenza. L’Assemblea del Pueblo Guaranì è in corso da due giorni e Padre Tarcisio chiede se ci sono novità ogni 5 minuti. Teme che i rapprsentanti indigeni possano accettare un compromesso al ribasso “un accordo politichese sarebbe letale... la vera questione rimane l’Autonomia”.

Mi lancio in un monologo su YouTube, argomentando che i nuovi media sono più economici e (se ben adoperati) più efficaci di quelli vecchi, peraltro occupati dai cattivi. Mi gela all’istante

“sento tutti che mi parlano di queste nuove tecnologie... non dubito che servano però quando usavamo un foglietto per far firare le informazioni da una comunità all’altra tutti erano informati... ora no”.
Un po’ come l’acqua, che qui in Bolivia è un problema vero: “un tempo gli indigeni avevano dei filtri molto rudimentali, a carbone, che il loro lavoro lo facevano... poi sono arrivati questi inglesi che hanno inventato dei filtri moderni. Funzionavano bene ma nessuno aveva i soldi per comprarli. Risultato: gli indigeni si vergognavano ad usare i vecchi e non poetvano permnettersi quelli nuovi. E si ammalavano...”
Il tempo stringe e nonostante mi senta un fighetto di merda vorrei essere d’aiuto: questa gente non ha bisogno di chiacchiere. Ci mettiamo a disposizione per “compartire” ciò che sappiamo “mi hanno detto che si può lavorare a distanza, tra l’altro...”

Mi sento già arruolato, aveva ragione Fede.

Fuga dopo cena

Dopo cena c’è il saggio della scuola. Consiste in una sorta di sociodramma, in cui ogni allievo deve raccontare qualcosa (barzelletta, poesia, racconto) agli alri per prendere sicurezza nell’esposizione pubblica. È ntervallato da danze popolari in costume. Alla fine Vanessa ed io percepiamo che stanno per incastrarci a ballare. Ci diamo ad una poco dignitosa fuga e andiamo a ronfare.


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permalink | inviato da orione il 25/6/2007 alle 19:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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