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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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13 aprile 2013

B COME BALLE

“Non ti ho tradito. Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”

Chissà perché ma quando mi è capitato per le mani il volantino del Comitato “B come Bologna”, ribattezzato “B come Bambini” dal sindaco Merola con la grazia di una bombarda, mi è venuto in mente John Belushi. Sporco fino agli occhi, nella fogna, che si butta in ginocchio ai piedi della sua ex promessa sposa che ha mollato sull’altare (l’indimenticata Principessa Layla di Guerre Stellari).

“Se voti A: verrà abolito il contributo economico alle scuole paritarie convenzionate, circa 600€ a bambino all’anno… I gestori saranno costretti ad aumentare la retta annuale di almeno 600€… Questo provocherà un significativo calo degli iscritti, oltre 400 famiglie, da subito, abbandoneranno le scuole “paritarie non più convenzionate” e andranno ad infoltire le liste d’attesa delle scuole comunali e statali. Con i soldi non dati alle scuole convenzionate il Comune non sarà assolutamente in grado di dare un posto a tutti…”

Esticazzi se è un referendum consultivo. Il Pd di Bologna da qui al 26 di maggio pare non abbia di meglio da fare che andarsene in giro per circoli e periferie a tentare di convincere operai, casalinghe, pensionati, ex partigiani, studenti, volontari delle Feste dell’Unità e delle Case del Popolo, gente che ne ha mandate giù parecchie anche qui ultimamente, che si, alla fine dei conti, sborsare un milione di euro all’anno alle scuole private è cosa buona, giusta e inevitabile. Sennò arrivano le cavallette.

E pace se c’è la crisi, le scuole pubbliche cadono a pezzi, le liste d’attesa ci sono lo stesso e il milioncino viene gestito ogni anno in toto dalla misteriosa Federazione Italiana Scuole Materne, che dietro l’asettico acronimo FISM è una roba così: “Oltre le necessarie qualità professionali esigite dalle leggi civili, l’insegnante dovrà: a) possedere una solida conoscenza della visione cristiana dell’uomo e della dottrina della fede; b) accogliere con docile ossequio dell’intelligenza e della volontà l’insegnamento del Magistero della Chiesa; c) vivere un’esemplare vita cristiana”.

Pazienza, pure, se 250 euro e passa al mese di retta (in media) non sono esattamente a buon mercato: più del doppio della scuola pubblica (dove si pagano solo i pasti). Il gioco deve valere così tanto la candela da piazzarci il marchietto del Comune (cosa, credo, senza precedenti) sul sito internet del comitato “B come Bologna” contrapposto a quello dei cittadini, “Articolo 33”. Avanti coi carri, dunque, ora che l’unico cavallo rimasto in pista si chiama Matteo Renzi, è cattolico, e il suo (ex?) spin doctor pare abbia preso a cuore la madre di tutte le battaglie di ogni Don Camillo.

Eppure di questi tempi andare a raccontarla ai propri elettori, sempre più sinistramente simili all’ex fidanzata di Jake Blues, ci vuole un gran bel fegato. Anche perché c’è la possibilità che molti di loro si siano trovati, come me, ad avere a che fare con qualcuna di queste scuole paritarie che, figurarsi, di certo ce n’è delle bellissime. In quella a cinque minuti a piedi da casa mia però, nella Romagna profonda, fanno pregare i bimbi di tre anni due volte al giorno e dentro sembra di stare al mausoleo.

Dal sito Internet abbiamo pure scoperto che, a parità di punteggio, entrano “i figli o nipoti in linea retta di soci dell’Asilo”. Lo dice il regolamento, non il gossip di paese, c’è da fidarsi. Beccano anche un sacco di soldi da tutti, Comune, Provincia, Regione, la retta è il triplo di quanto spendiamo alla statale (dove con quattro soldi si sbattono per mettere in piedi una didattica ricca e creativa), ma in compenso è pieno di bagni. Mai visto tante Madonne, santi e cessi tutti in fila: non meno di un water ogni tre fanciulli.

E mentre mi rigiravo per le mani “B come Bologna, più scuole per tutti”, rimuginavo sul rinnovato matrimonio tra il Pd cittadino, la curia, il baronato e tutti i presunti poteri forti, coronato da due ali di battimani sincronizzati di Pdl, Lega e Udc. Proprio mentre l’esploratore Bersani si faceva infilzare come un tordo da Grillo e pur di evitare l’abbraccio con l’Impresentabile si lasciava corcare in streaming senza pietà.

In quel preciso momento il Pd di Bologna ha deciso, a freddo, di tirarsi un’atomica a sinistra lasciando da lì in avanti una prateria al Movimento 5 Stelle, che infatti ha già cominciato a fare quello che gli viene meglio: mettere il cappello sullo sbattimento di movimenti e associazioni assortiti. Per poi oscurarli (di solito son litigiosi e disorganizzati, si squagliano in fretta) e trasformare il conflitto in voti. Che si tengono tutti per loro.

Bologna, in fin dei conti, è sempre stata un laboratorio politico per la sinistra. Perché non dovrebbe esserlo pure nell’ora dell’estremo trash? Quindi delle due una: o Bersani bluffa e la via crucis con Grillo è stata una tragicomica gag alla Crozza, buona per andare a veder le carte del compare astrologico e tentar poi insieme l’omicidio bipartisan di Renzi. Oppure no: in entrambi i casi al Pd tira aria di estinzione. E dare in pasto la scuola pubblica non li salverà. Né dagli altri né, soprattutto, da sé stessi.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
"Mi sono rotto il cazzo" degli Stato Sociale è qui.

15 marzo 2013

ANTIVIRUS

“Più di così divertirti non puoi… amico sì, sei in alto e lo sai. Rose su rose, tutti premi per te, non aver dubbi sei un re. Complicità, quanta gente con te… continuerà fino a quando vorrai. Rose su rose, ricchi premi e cotillons e non frenare, questo no. Ma no che la vita non è qui, è più in alto di così ah, cosa dici, sì… ma no, di passato non ne hai, di futuro non ne vuoi, ma di che mondo sei? Guarda più in là, quanti amori non hai… amico sì, stare senza non puoi. Rose su rose e con loro appassirai, resterai solo coi tuoi guai…”

Non so perché, ma quando ho letto la fucilata di Grillo al povero Bersani (“Se il M5S vota la fiducia lascio la politica”), m’è venuta in mente Rose su rose. Temo ci sia di mezzo un’altra volta la polizia del karma e la sua, nota, ineluttabilità. Mina è una gran donna dotata, tra l’altro, di un’esibizionistica misantropia che mantiene inalterato il suo appeal. Appena l’irredento Beppe s’è tuffato fra Scilla e Cariddi, qualche mese addietro all’inizio dello tsunami, lei l’ha letteralmente frustato sulle chiappe.

“È vero, c’è qualcosa che fai esattamente come Mussolini, come Stalin, come Mao, come Giannini ed è bere, dormire, mangiare e, orrore, fare la cacca. Vorrei già richiudere l’oblo e impegnarmi a emulsionare una buona maionese con le uova fresche, quelle dei giornali precedentemente citati, appunto. Sarà meglio. Mi concedo solo un piccolo momento per un’incazzatura. Che bassezza, la povertà di questa iconografia da strapazzo. Le similitudini per la tua antidemocraticità, per il tuo qualunquismo, per la tua voglia di reclamizzarti sono pezzi disordinati di ineleganza, al limite del ridicolo. O della querela. Ne vedremo delle belle, temo. Tu va’, dritto come un fuso. Corri Forrest, corri…”.

Giddap! Nessuno però, neanche Mina credo, immaginava che Forrest Grillo arrivasse al traguardo così primo, benché terzo, e così in fretta. Né che gli altri fossero già così spompati: il primo troppo rintronato dal gong del voto e dalle sue temibili ripercussioni sui prossimi rintocchi di potere nel fortilizio rosso e il secondo completamente a pelle di leopardo nel tentativo di evitare sbarre, gogna e/o fuga. B&B, nati sotto il segno della Vergine, destinati a salvarsi o suicidarsi. Sempre insieme.

“Più di così divertirti non puoi, amico si sei in alto e lo sai”, non c’è ombra di dubbio. Ma quando arriva Bersani col cappello in mano, con proposte che messe in fila (una volta riacciuffate all’italiano corrente) fanno impallidire anche il girotondino più canuto e accanito, siamo sicuri che sia saggio concedere l’ennesimo bis del celebre mantra che l’ha coperto di “rose su rose”? Poi, certo, “tutti premi per te, non aver dubbi sei un re”…

Sfanculare chi sta schiantando trent’anni di carriera politica e si prende giornalmente sputi in faccia dagli altri e calci negli stinchi dai suoi, per governare col M5S costi quel che costi: pagherà? Quando mai Grillo, 100% a parte, si troverà più in una tale condizione, anche psicologica, di forza? E mentre ballano i ballerini, tutta la notte e al mattino, la nave Italia corre verso l’iceberg col 55% della gente che ha problemi economici e cinque imprese su sei che temono di chiudere bottega entro fine anno.

La verità è che dopo tanto pontificare di ‘democrazia della rete’, nel momento esatto in cui Grillo ha risposto picche a chi gli chiedeva di fare un referendum online per decidere se fare o no il governo con Bersani (“perché il non-statuto non lo prevede”) è entrato nel Palazzo. Membro onorario di quella partitocrazia che non prenderà la puzzolente pecunia romana, visto che restituisce i rimborsi elettorali, ma che mette l’interesse del suo non-partito davanti a quello dell’Italia.

Per sua fortuna la cresta dell’onda è ancora alta sull’orizzonte dei sondaggi e degli umori nazionali, al solito creativi. “Alle ultime elezioni ho votato per qualcuno che non mi piace! Voglio vedere il mio Paese risplendere e non mi rassegno alla mediocrità della nostra classe politica, sono un patriota, amo l’Italia”. Ha spiegato, serio, Lapo Elkann a Le Monde, dichiarandosi per il partito di un signore che sostiene, tra l’altro, il raddoppio del prezzo della benzina come eco-terapia d’urto.

Ma, a parte patetici appelli e sondaggi sfornati caldi dai soliti noti (che proprio non ci stanno dentro), è ovvio che la baracca Italia ha bisogno di essere governata, anche se fino a quando il precipizio non si profila nitido ognuno ha una ragionevole quanto bizzarra ragione per pensare che tutto s’aggiusta sempre. Hai voglia allora a strillare all’inciucio, se pure i sassi capiscono che anche solo per tornare alle urne c’è bisogno di una legge elettorale votata da una maggioranza parlamentare.

Così mentre Forrest e Merlino traccheggiano, fra pre-tattica e terrore, l’ottimismo della ragione consente di scorgere, nelle bizze da asilo del Pd, un sapiente gioco delle parti. Il segretario uscente e perdente s’immola nella definitiva parte del vecchio di nobili principi e riprende a farsi contestare dalla giovane speranza (ultima), che vuole abolire il finanziamento pubblico ai partiti per “far pace con l’Italia”.

Sarebbe un bel casino, infatti, se Renzi venisse acclamato dal politburo a suon di battimani brezneviani. Invece è solo, come prima, e fuori dal Palazzo. A differenza di Grillo, che c’è dentro fino al collo e a ogni fanculo, a ogni aut aut, a ogni patetico appello stracciato, a ogni azienda che chiude, rafforza l’Antivirus che lo resetterà. Di qui alle prossime, imminenti, elezioni non ci sono solo i suoi otto milioni e passa di voti, ma pure i quasi dieci di Berlusconi e compagnia. E sono tutti uguali.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

4 marzo 2013

PRIMA DELL'ESTINZIONE


Una decina di giorni prima del 25 febbraio 2013, dopo che una pioggia di meteoriti aveva provocato esplosioni nel cielo degli Urali, un asteroide di centotrentacinquemila tonnellate e quarantacinque metri di diametro era sfrecciato a circa ventisettemila chilometri dalla Terra, alle 20 e 25, ora italiana. Senza apocalissi di sorta. Anche i più tenaci apologeti dell’Armageddon Maya ritardato si erano dovuti arrendere alla noiosa evidenza della persistente sopravvivenza della, cocciuta, specie umana.

Dopo dieci giorni, più o meno alla stessa ora, era ormai chiaro che in Italia il Maya di turno non era nato tra le nebbie della bassa padana di Bettola. Di lì a qualche ora l’inviato di Porta a Porta, imbalsamato nel suo piumotto circonfuso dalle luci di scena e dalla spettrale quiete residenziale promanante dalla villa del timoniere di Sant’Ilario, avrebbe spalancato le braccia e il sorriso, disarmante e disarmato: “non abbiamo contatti con Beppe Grillo, né col suo staff… di nessun tipo”.

“Gli alieni sono invece introvabili, non sai con chi parlare, sono inafferrabili, interlocutori politici potenziali e media sono alla stessa stregua tenuti fuori dalla porta, anzi non c’è la porta, non si sa dove stanno e che fanno, vai fuori dalla casa di Grillo a Genova o vai a Bologna dove c’è un’esperienza in Comune o cerchi disperatamente di vedere se c’è un modello siciliano di omologazione, chissà, non hanno l’etichetta al citofono, vogliono fare le sentinelle della rete dentro le istituzioni, la delega ai capi è assoluta, nessuno si sente autorizzato nemmeno a fingere di avere una opinione per sé, spendibile politicamente, comunicabile senza passare per l’imbuto del web controllato dal blogger.”

E pouf. Passa una settimana e l’Italia è Mars Attacks. Alieni, setta, strategia diversiva di matrice neoliberista o forza di occupazione che dir si voglia: fatto sta che la prima parte del tanto sbandierato piano di Grillo&Casaleggio è andato magicamente in porto e l’Italia, le istituzioni repubblicane e tutta la baracca sono in ostaggio. Dopo anni passati a far le prove, scimmiottando le Br prima (sul blog venivano pubblicati i “comunicati politici” con un font tipo ciclostile anni ’70) e scippando poi senza vergogna Alan Moore, Anonymous e il movimento antagonista dell’icona di Guy Fawkes.

Appena si aprono le urne, come per magia, alcuni dei protagonisti della storia della Repubblica recente e meno recente non esistono più. La polizia del karma inghiotte subito Fini, Di Pietro, i comunisti e i verdi di ogni ordine e grado (già semi-morti), Ingroia, ma anche Casini e Monti scompaiono presto dai radar delle agenzie dopo le prime, pallidissime, dichiarazioni di rito. Come previsto dal Piano di Occupazione Stellare del Nexus 7 con gli occhialoni, rimangono in piedi solo l’uomo di Bettola e quello di Arcore, nati sotto il segno della Vergine. Lo stesso giorno.

Vendola, come da programma, comincia a sbarellare e attacca a dare segni di diserzione ad appena ventiquattrore dalla chiusura dei seggi. Aveva impiegato fior fior di sonetti e narrazioni per spiegare al popolo della sinistra e ai fratelli dei media di volta in volta convenuti che Grillo era un fascista della peggior risma, populista e maschilista becero, gemello del Berlusca brutto e cattivo, e ora la stessa passione gli sgorga con medesima ispirata naturalezza per sostenere l’esatto contrario. Naturalmente ha buon gioco, il timoniere, a prenderlo per il culo senza troppi complimenti.

“Vendola si è ingrillato all’improvviso dopo le elezioni. Si è vestito di nuovo come le brocche dei biancospini. Sembra un’altra persona. Ha un rinnovato linguaggio, comunque sempre variegato, e adopera inusitate e pittoresche proposizioni verso il M5S. Vendola ci ama: “Grillo non è un fantasma per il quale bisogna convocare l’esorcista, è un nostro interlocutore”. È lo stesso Vendola che il 20 febbraio 2013, a tre giorni dall’appuntamento elettorale, su La 7 spiegava: “Grillo è un populista di piazza. Grillo è il virtuoso della demolizione ma chi ricostruirà il Paese? Grillo è un’evoluzione di Berlusconi.”

Tra l’altro probabilmente è vero. Grillo è un’evoluzione di Berlusconi tanto quanto il MoVimento a 5 Stelle è un upload di Forza Italia del 1994. Quello era un partito-azienda e questo sembra assomigliarci parecchio, il timoniere è il leader carismatico assoluto tanto quanto (e forse ancor di più) il Cavaliere Nero dell’epoca. Casaleggio-Stranamore, poi, è molto più affascinante di Dell’Utri, anche se con l’ex braccio destro di Berlusconi condivide la passione bruciante per le cavalcate culturali d’annata.

Dice bene Ferrara: “il punto è che i grillini, nel bene e nel male, perché questa è la loro novità e la loro forza oltre che la loro controversa ambiguità, non sono un partito di plastica come fu Forza Italia, magari, e non sono un partito di terra e sangue come fu la Lega nord, magari. Non sono proprio, i grillini, un partito o un movimento materiale, che abbia luoghi di formazione comprensibili e solidi, radici culturali, un legame anche labile con una tradizione, magari da ribaltare. Sono leggeri come ultracorpi, body snatchers, invadono lo spazio pubblico clonandosi e moltiplicandosi con il consenso elettorale legittimo, ma lasciandosi alle spalle piazze, polmoni e comizi che non esprimono la loro autentica identità istituzionale, il loro carattere come soggetto politico, ormai delegato a un esercito di piccole figure scelte da piccole folle mediatiche sotto la occhiuta sorveglianza di una società di marketing, la Casaleggio & Associati.”

Sono tutto e niente, festeggiati nell’ultima novecentesca orgia un po’ lugubre da Dario Fo ed Ernesto Galli Della Loggia, Leonardo Del Vecchio e “Bifo” (leader del ’77 bolognese), Celentano e Goldman Sachs. All together. E blanditi e corteggiati, a suon di minacce spuntate e lusinghe idiote quanto inutili, dall’agonizzante non-vincitore delle elezioni. Lo scouting dei grillini è una sonora stronzata che permette al timoniere di gridare al mercato delle vacche, il giorno della richiesta di quattro anni di carcere a Berlusconi per la presunta compravendita di senatore.

Dopo aver sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare, dalle primarie blindate agli italiani ai giaguari sul tetto, a quel che resta del più grande partito della sinistra italiana rimane uno spazio di manovra molto limitato, ma decisivo. Essersi chiusi nella ridotta di un piccolo mondo antico immaginario, tra giovani-vecchi spartani molestatori di blogger e funzionari decrepiti che non rispondono a nulla se non a patetiche e suicide logiche di corrente, ha impedito sinora di mostrare al Pd la reale posta in gioco.

Il dopobomba ha l’innegabile vantaggio della nitidezza. E mentre il duo di Weimar gioca al Joker di Batman e soffia sul caos, aspettando l’ultimo rantolo di un sistema irriformabile per clonare definitivamente le istituzioni repubblicane in un software eterodiretto da una maggioranza di byte “eletti solo dalla Rete”, la gente in carne ed ossa comincerà presto a farsela sotto. Grillo ha scritto che di qui a sei mesi non ci saranno più i soldi per pagare pensioni e stipendi: significa che prevede che in sei mesi salti il banco.

Questo è, ragionevolmente, l’intervallo di tempo rimasto per far saltare il banco a loro. La seconda parte del geniale piano del timoniere e del guru capelluto prevede, dopo il blocco della democrazia repubblicana, il filotto. Si torna a votare, sbaragliano tutti e inizia Brazil. Per questo sono e saranno indisponibili a qualunque alleanza di governo, di qualunque genere, con qualunque programma. In questo sta l’evoluzione, l’upload, rispetto a Forza Italia: nella natura intrinsecamente totalitaria del loro movimento.

Ma c’è un ma, anche se tenue. La politica: qualcuno è in grado di portare in Parlamento alcune leggi (poche, radicali e in fretta) che rispondono all’incazzatura popolare e, rompendo l’incantesimo, mostrano che si può fare. L’aula sorda e grigia può riformare sé stessa e allora, si, Grillo potrà serenamente essere mandato affanculo dagli elettori. Che notoriamente non votano mai per gratitudine.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

21 febbraio 2013

UNA RICETTA PER L'ITALIA / Lettera aperta a tutti i candidati


Se il diavolo si nasconde nei dettagli, tra le tante schifezze che si possono annoverare nella funestata penisola pre-elettorale c’è un’ingiustizia particolarmente odiosa e forse troppo piccola per trovare spazio tra i cubitali delle grandi testate, pancia a terra a celebrare il Grande Addio e/o il wrestling elettorale. Riguarda i malati di alcune patologie e la loro sfiga di aver incrociato, oltre la malattia, anche una cura fuorilegge.

Per chi soffre di diversi tumori particolarmente dolorosi, di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, di epilessia, anoressia e di tante altre patologie, i derivati della cannabis possono essere una soluzione. I suoi effetti analgesici, calmanti, di stimolo all’appetito, al buonumore (per chi soffre di depressione non è un dettaglio) da tempo ormai sono oggetto di studi, ricerche e pubblicazioni da parte della comunità scientifica di tutto il mondo.

Così come, in mezzo mondo, si fanno strada sperimentazioni legislative che rompono l’assedio psico-culturale del proibizionismo: i referendum, contemporanei all’elezione di Obama, che hanno reso legale la sostanza negli stati di Washington e del Colorado sono solo l’ultimo esempio. D’altronde era stato l’ONU, oltre un anno fa, a pubblicare uno storico rapporto in cui decretava il fallimento della repressione e l’urgenza del cambio di rotta a livello planetario, dopo decenni di manganello.

Anche in Italia si muove qualcosa. Oltre alle sentenze della Corte di Cassazione, che hanno prima ammesso la coltivazione a uso “domestico” e poi, pochi giorni fa, decretato non punibile il consumo di gruppo, si stanno muovendo le regioni, in rigoroso ordine sparso (anche politico). Sono partite la Toscana e la Puglia, in cui è nata la prima associazione di malati-consumatori raccontata da FrontPage, seguite da Liguria e Veneto. L’Emilia-Romagna dovrebbe accodarsi a breve.

Nonostante ci si possa rallegrare per i malati di queste regioni l’assurdità del federalismo all’italiana, che garantisce un diritto alla salute sostanzialmente diverso a seconda del comune di residenza, è evidente. L’inanità di un Parlamento che non è riuscito a decidere nulla che prevedesse un dibattito tra persone libere è la causa dell’inferno legislativo, in cui la legge Fini-Giovanardi ha precipitato migliaia di malati e circa cinque milioni di consumatori di cannabis.

Il bavero alzato e la banconota stiracchiata, allungata allo spacciatore nel vicolo buio, sono a tutt’oggi l’unica ricetta per chi intenda mettere la propria salute prima della legge (peraltro differente a seconda di latitudini e giurisdizioni). Col rischio, o il semplice terrore (che poi sono un po’ la stessa cosa) di vedersi ritirare il passaporto, la patente, la custodia dei figli. O magari di farsi qualche giorno in gattabuia, a discrezione.

Ora, tra le tante sbandierate come tali, questa è un’emergenza. Lo è per chi vive la malattia sulla propria pelle, ogni giorno, ed è costretto dallo Stato a considerare la propria cura come qualcosa di cui vergognarsi, da fare di nascosto dai vicini, dagli amici, dai parenti. Quando invece scienza e coscienza, da che mondo è mondo, sanciscono che solo il medico e il paziente hanno il diritto-dovere di condividere la cura. In libertà.

Per queste ragioni si chiede a tutti i candidati, di ogni ordine e grado come si suol dire (a Palazzo Chigi, alla Camera, al Senato, nel Lazio, in Lombardia e nel Molise), di impegnarsi pubblicamente ad approvare entro i mitici primi cento giorni – quelli appunto delle emergenze – una legge molto semplice che stabilisca:

-        la legalizzazione dei farmaci a base di cannabis

-        la liberalizzazione delle associazioni di consumatori di cannabis ad uso medico

-        la liberalizzazione delle piantagioni di cannabis ad uso medico destinate ai nuovi mercati (farmacie, parafarmacie, associazioni di consumatori)

-        l’equiparazione della cannabis ad uso medico da terrazzo al basilico.

Naturalmente questo non significa far west. Al contrario è interesse anche dei malati che gli altri, tutti, rispettino norme di buon senso (che già esistono) per evitare di mettersi alla guida o di svolgere mestieri delicati dopo aver assunto farmaci a base di cannabis. Ma vale anche per il Tavor e per tutti gli altri analgesici che inibiscono le normali funzioni neurologiche di cui ci si serve per guidare o lavorare. Non è una news.

In Italia ci sono tante associazioni di malati che si battono per la libertà di cura e il prossimo Parlamento, nel bene o nel male, sarà comunque una rivoluzione. Politica e anagrafica. Questa battaglia è una battaglia giusta che potrebbe materializzare una maggioranza di parlamentari ragionevoli, indipendentemente dalla loro collocazione politica all’interno dell’emiciclo: prima di decidere se votare e per chi, scrivete ai candidati del vostro collegio e chiedete loro se intendono o meno prescrivere una ricetta per l’Italia. La vostra.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

29 gennaio 2013

BERSANOIDI ALLA CONQUISTA DEL WEB


“Uè ragassi, me l’avete menata su tutto il tempo con l’ambaradan delle Frattocchie 2.0 e sta roba dei 300coslani lì, spartani (che a me sinceramente stavano anche sulle balle) e poi diobono voi mi mettete su una cosa vecchia come il cucco, che sembrate quelli che si organizzavano e partivano in motoretta per andare a fischiare il comizio di quello o di quell’altro a Porretta Terme e che poi una volta tornati al bar facevano gli sboroni e si davano di gomito. Tuitter? I socialnetuork? La campagna vi ci vuole a voi diobono!”

Il commento di Lorenzo riassume alla perfezione il fastidio epidermico, ben comprensibile per chi ha avuto a che fare coi ciellini melliflui e implacabili dell’università, che attanaglia dopo un breve giro nel blog di Mantellini. Dopo aver osato postare il video di Bersani in macchina che ascolta l’ultimo (inascoltabile) singolo di Vasco intento a fumare il fido sigaro, titolando “votereste alle elezioni per uno così?”, lo sdegno organizzato e militante è montato in poche ore.

Di questi tempi elettorali spesso, quando ci si inoltra su Facebook, Twitter o in qualche blog, capita (è capitato spesso in questi giorni a diverse persone digitalmente attive) di ritrovarsi sostenitori di questo o quell’altro politicante candidato, di doversi sorbire una montagna di inviti, spam, propaganda. Questo è diverso, questa è Sparta (direbbero loro). Stiamo parlando infatti della war room del Pd, l’unità di guerra elettorale digitale ribattezzata (con sprezzo del ridicolo) per l’appunto “trecento spartani”.

Al netto di veline e velini che impazzano in Rete a compitamente spiegare quanto sia bella, entusiasmante, collettiva e finalmente giovane la campagna del Pd, è interessante riflettere sull’operazione che già dal manifesto” del blog, davvero spartano, intende mostrare i muscoli, a suon di dotte citazioni e paroloni complicati. Poi è ovvio che le chiacchiere stanno a zero, al Pd di web ci capiscono notoriamente poco e non gli è sembrato vero di lustrare a nuovo le truppe cammellate di figiciotta memoria.

“È utile quindi considerare il web come estensione agentiva della dimensione analogica (E. Colazzo – Caught in a web, in allonsanfan.it) e pertanto analizzare quello che succede in rete, e in particolare sui social media, come qualcosa che vada a completare la sfera offline che ognuno di noi vive ogni giorno e quindi come una latrice di influenza che può andare a fissarsi su determinati recettori, se efficacemente stimolati.” In soldoni: una stanza in via del Nazzareno, qualche stipendio e uno stuolo di bravi compagni in giro per l’Italia pronti a menar le mani ogni volta che qualche fighetto parla male del capo.

Dopo il raid al blog, una tipa su Facebook ha commentato: “Ma Mantellini, di preciso, cosa fa nella vita? Il blogger? Mi sa che aveva ragione sua madre.” Per poi replicarmi trucida, poco prima di togliermi l’amicizia: “Grazie al Mantellini rosicone gli Spartani sono raddoppiati…si metterà l’anima in pace prima o poi, che di web non capisce solo lui.” La chiave di volta per capire tutta questa baldanza guerresca è forse proprio la sensazione, immagino liberatoria, di sentirsi per una volta dei nerd, si, ma fighi.

Non più solo i grillini, quelli dei centri sociali, il popolo viola, gli infidi amici di Civati, ma adesso che “ci capiscono anche loro di web”, quelli del partitone doc, non ce n’è più per nessuno. E con la tipica tracotanza degli ultimi arrivati al party internettiano, giù a dare dello snob e del fighetto-radical-chic a tutti quelli che si permettono di segnalare che lo spam elettorale, spesso, porta via voti invece che portarne. E che la reputazione, sulla Rete, è tutto. Anche per i nativi analogici che hanno deciso il gran passo, salvo poi trasformarsi in Bersanoidi di scarso appeal politico-elettorale (fuori dai confini della loro Sparta immaginaria).

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19 gennaio 2013

CAYMANISTAN 2 / IL RITORNO

“Diciamo che la politica va vista con attenzione. Ingroia ora è un’eversione nera che incide nel profondo il movimentismo ormai smarrito che si definisce di sinistra, ma che poi si innamora di progetti di ultradestra come Grillo, Ingroia, Di Pietro. Berlusconi è stato comunque l’ultimo a fare politica estera e per questo l’han fatto fuori. Se non altro perché i nemici li preferisco davanti piuttosto che di fianco, butto anche io Ingroia.”

Il mio vecchio compare di occupazione Fabio Zanon, dopo un acceso e per certi versi tipico dibattito pre-elettorale su Facebook, risponde così alla questione che avevo posto all’attenzione dei miei amici virtuali: “Tra Berlusca e Ingroia giù dalla torre ci spedisco Ingroia”. Zanon conduce in queste ore un’appassionata e incredula campagna, da sinistra, contro la candidatura del magistrato palermitano.

La sua incredulità si appunta sull’innegabile dato di fatto che il calderone politico di tutte le sigle, associazioni, movimenti e collettivi dell’estrema sinistra (Partito Comunista dei Lavoratori escluso, se non erro) abbia come leader un magistrato, peraltro di nota propensione “manettara”, accompagnato da due ex colleghi come il brillante De Magistris e l’ormai spompato Di Pietro (apripista però di questa sorta di privatizzazione della politica per via giudiziaria).

Ironica sorte, quella dei militanti dei centri sociali, del movimento No Tav e di tutte le realtà antagoniste per cui, sinora, il magistrato di turno era stato fondamentalmente stato il capo delle guardie. Quello che mandava la perquisizione, faceva sequestrare il computer, arrestare i compagni di lotta. Ora legalità e questione morale (“intrinsecamente reazionaria” secondo un altro commentatore su Facebook), diventano erga omnes il mito fondativo della nuova rivoluzione civile e tengono in scacco gli altri. “Un po’ come se la Juve entrasse in campo dichiarando: il nostro obiettivo è rispettare il regolamento”. Sintetizza efficacemente Zanon.

Spostandosi un po’ a destra, poi, non è che il panorama si rallegri più di tanto. “Benvenuta Sinistra” ricorda con vago struggimento “Maledetta Primavera” e i sondaggi consegnano un poeta pugliese sembra sempre più sfiatato, un po’ dalla competition col magistrato (che si dichiara gagliardamente pronto a ritornarsene in Guatemala, dovesse girar male) e un po’ dall’inevitabile abbraccio mortale con la logica di governo (logica a cui peraltro è ben rodato), fatta più di compromessi e mezze sconfitte che di narrazioni ispirate.

“Il logo di Monti sarebbe perfetto come nuovo logo del Club Alpino Italiano, è tristissimo, quasi da pompe funebri e con un font vagamente fascistoide”. “Scelta civica: con Merkel per l’Italia” è senz’altro il fake più riuscito del nuovo logo del ressemblement centrista che fa capo a Monti. Che non è brutto, come dice Toscani, se la pubblicità dev’essere un modo per rappresentare con efficacia il prodotto.

Perché questo è il prodotto. Ormai a seguire anche distrattamente le cronache, pare evidente che definire elitario o tecnocratico l’approccio alla politica di Monti sia piuttosto generico e per certi versi fuorviante. Il premier si comporta, agisce e interagisce come se fosse né più né meno, tipo, che il responsabile risorse umane per l’Europa del Sud della Goldman Sachs o di una Spectre qualsiasi e gli fosse toccata in sorte la rogna di raddrizzare, secondo logiche aziendali immote e immutabili, la guappa Italia.

Intanto, nei duri fatti, la gente comincia a toccare con mano quanto e cosa significa la “cura Monti”. Non solo per una questione di quattrini, che sono più che sacrosanti sia chiaro, ma in termini di concezione della vita in comunità. Di spazi di libertà e responsabilità. Il nuovo redditometro, che inverte l’onere della prova tra Stato e individuo in materia fiscale, rappresenta assai bene la destinazione poliziesca a cui conduce il carro funebre dell’austerity montiana.

Gli alleati inevitabili, apparentati coi fratellini di sinistra di Vendola, sono allo stato attuale l’unico partito in campo. Il Maya di Bettola, confortato dai potenti fiati del destino, ha sparigliato le carte nella sua metà campo (e soprattutto in ditta), ma ora si trova coi sondaggi che lo inchiodano (di già) alla quasi ingovernabilità del Senato. Se Ingroia non desiste (e non mi pare il tipo, visti i precedenti) nelle regioni in bilico (Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia) si fa dura.

Così, dopo le Cayman e il fuoco amico, è partita la corte a Renzi a cui pare stiano cominciando a piovere profferte di poltrone e primizie. Si dice che il Sindaco di Firenze aspetti il prossimo giro, il cadavere sul fiume, scommettendo da pokerista sulla fragilità del sempre più probabile Bersani-Monti-Vendola, per poi ripresentarsi in camicia bianca col sorrisetto sornione come a dire: avete visto? Di certo se avesse vinto lui, non si sarebbe assistito al Ritorno.

L’ennesimo Ritorno, nella partita ventennale tra Berlusconi e il resto del mondo, la solita incredibile telenovela che inchioda l’Italia a un’epoca in cui Internet era conosciuto solo da quattro scienziati occhialuti e il Muro di Berlino era caduto da qualche anno appena. L’Era televisiva, il passato che non passa, e che giovedì scorso è andato in onda in prima serata, da Santoro, e ha fatto lo stesso share della finale del Festival di Sanremo o dei Mondiali.

“Lasciate che vi spieghi com’è questo paese: questo paese non è governabile” ha esordito Berlusconi nella fossa dei leoni, con un sorriso smagliante. Chi, come i bagarini inglesi, credeva che sbroccasse, si mettesse a urlare paonazzo in volto, lasciasse lo studio, si è dovuto ricredere. “Santoro siamo da lei o siamo a Zelig?”  Ha esclamato a un certo punto in un vertice creativo, quando ormai l’intrattenimento aveva definitivamente sussunto la politica, prima di giustiziare il giustiziere: “Lascialo qua, Travaglio, lo voglio guardare in faccia”. Dopo, come da copione, sono (ri)cominciati i cazzi amari.

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4 gennaio 2013

IL MAYA DI BETTOLA


“«Il mondo lo hanno distrutto i politici, altro che la profezia dei Maya!». Il risultato non cambia. Barba bianca e ammirevole coscienza dell’identità collettiva, «noi valdesi stiamo scappando da seicento anni», il signor Aldo ricorda di quando il villaggio contava 340 anime e «le zappe non erano coperte di ruggine, e la farina non era la materia morta che è adesso ma una cosa buona da mischiare alla segale, per fare il pane». Nostalgia di un mondo che non c’è più, nel vero senso dell’espressione? «Distruggere quello che ti dà la vita è puro autolesionismo. Andate nelle vallate a vedere cos’hanno combinato, autostrade, dighe, cemento ovunque: se è finita davvero nessun rimpianto, io me ne sto quassù».”

Non so, francamente, se la farfalla di Bradbury abbia spiccato il volo, in qualche sperduto angolo del mondo il giorno del Solstizio d’Inverno del 2012, né se siamo o meno entrati ufficialmente nell’Era dell’Acquario all’insaputa di tutti, fatta salva naturalmente l’élite di fulminati new age che ci crede di brutto ed è pronta, ad ogni aperitivo, a sguainare l’arco nuovo di trinca e ad oliare la zappa. Io non mi sento così baldanzosamente razionalista da escluderlo. Mi pare che vedere i bambini che a due anni cercano di cliccare sulle pagine di carta, quando non hanno per le mani l’iPad, già significhi qualcosa.

Che poi non siamo in salute, che il mondo non stia bene, è chiaro quasi a tutti. La declinazione ovviamente cambia, ma la sostanza è la stessa. A che pro? Qual è la posta dello sbattimento? Produci, consuma e preparati a crepare alla meno peggio? Di quante autostrade avremo ancora bisogno per capire che il problema non è la coda, ma il week-end? La gag dei Maya, per chi ha avuto voglia di esplorare, questo è stata: l’occasione per mettere in fila le priorità, dare ordine alle domande.

“La fine del mondo è la punta Martel, neve, sole e lo spettacolo dei Tredici Laghi, il torrente dove nuotano superbe trote fario, il volo dell’aquila reale. L’altro mondo dev’essere finito due tornanti più sotto, a dar retta ai Maya, e un giorno qualcuno controllerà. Non c’è nessuna fretta.” Secondo l’aneddotica gossippara il villaggio di Pradeltorno sulle Alpi Cozie era uno dei tre o quattro buchi del culo del mondo in cui ci si poteva salvare dall’Armageddon.

Invece “il settimanale L’Eco del Chisone (…) ha scoperto che la leggenda piemontese è spuntata su Wikipedia solo il 4 giugno 2011, mentre le indicazioni su Bugarach affondano le radici nella notte dei tempi. Non solo: nessuna fonte citata, riscontri zero, e come si sa chiunque può arricchire le voci di Wikipedia senza alcun controllo. Secondo il giornale l’anonimo collaboratore della libera enciclopedia telematica risulta poi essere un utente Vodafone della vicina Pinerolo, c’è anche il numero dell’apparecchio…”

Ora che comunque l’allineamento non s’è allineato, la Cintura Fotonica non ci ha fritto come coleotteri maldestri nella lampada alogena e gli ufo non sono sbarcati su un rosso deserto piallato dal sole, adesso che alla mezzanotte del 21 dicembre 2012 – ora italiana – solo lo show un po’ mesto di un sito a caccia di click ha messo in scena il countdown per la fine di un mondo “che è già finito da un pezzo”, ora che sono passati pure Natale, Santo Stefano e Capodanno sarà finalmente chiaro a tutti che l’unico vero Maya in circolazione è nato a Bettola.

Non certo Monti e la sua allegra brigata di banchieri, giannizzeri finanziari e attempati perdigiorno della politica, di cui su Facebook circola una simpatica epigrafe virale: «Dopo la saldatura di Monti, Casini e Montezemolo con il Vaticano, mi aspetto l’appalto a Finmeccanica per la costruzione della Morte Nera». Monti è stato benedetto dalla follia nichilista di Berlusconi e forse il 24 febbraio è abbastanza vicino da non far notare troppo il l’assai poco tecnico codazzo d’imboscati, ma difficilmente riuscirà a far meglio di Mariotto Segni diciannove anni fa. Perché dovrebbe?

E certo non sarà una gang di mozzorecchi assortiti, che non ho capito bene se ha sussunto in toto la versione law and order de sinistra 1.0 (l’Idv del buon Tonino, kaputt nei sondaggi dopo l’irruzione della Karma Police) o se ha solo valorizzato i “compagni” più meritevoli e televisionabili, a fare la “rivoluzione civile” di cui vaneggiano sopra una versione oscenamente post punk del Pellizza da Volpedo. Bene che va rosicchiano un po’ a Vendola e un po’ a Grillo e fine della rivoluzione.

Di Berlusconi e della metà campo di destra francamente non vale la pena parlare. Più che altro non me la sento, già ci capisco poco tra nuovi partiti annunciati, primarie virtuali, psicodrammi vari, che mi pare poi si vadano ricomponendo in gioiose rimpatriate sullo skilift, e in più mi sembra che quella del capo sia una partita un po’ mesta. Se voleva giocare non doveva tentare di ammazzare Monti, ora non vuole arrendersi all’idea di non avercela fatta e continua ad alzare la posta con una coppia di jack in mano. Forse cerca la bella morte, con tutti quei nipotini. Che tristezza.

Alfine arriviamo a lui, al Maya di Bettola: l’uomo più sottovalutato del 2012. Proviamo a tornare con la mente, per un attimo, a un anno fa. Bersani era leader di un partito senza capo ne coda, o meglio con un capo, lui, assediato da un migliaio di codazzi impazziti convinti di essere qualcosa o qualcuno. Aveva appena digerito Monti, nonostante i sondaggi gli avessero ripetuto fino alla noia che se andava a “votare sotto la neve”, come strizzava l’occhietto il perfido Giuliano Ferrara, avrebbe fatto cappotto.

Monti aveva cominciato subito a picchiare come un fabbro, proprio là dove il dente duole: nella sua base di pensionati e aspiranti pensionati e annunciava sfracelli nel pubblico impiego, proprio là dove il Pd ha il consenso vero e il Sindacato tiene il suo ultimo bastione. Renzi e i “giovani”, spalleggiati dagli infingardi media liberali, lo bastonavano un giorno si, l’altro pure e appena per qualche ragione se ne dimenticavano o si facevano un week-end in pace, Rosy Bindi rilasciava un’intervista.

Ora, dopo aver accettato la sfida di Renzi (non era obbligato a farlo, anzi) e averla vinta di oltre venti punti, ha stupito tutti gli addetti ai lavori e ha indetto le primarie per la scelta dei parlamentari: prima assoluta nella storia repubblicana. Naturalmente, con sardonico cinismo emiliano, ha scelto la data più bulgara possibile, 29 e/o 30 gennaio, si è accaparrato una quota importante di nomine dirette e ha scatenato un sostanziale delirio politico-organizzativo nel partito. Chi può dirgli niente?

Risultato: l’uomo contro il partito liquido, del collettivo contro i personalismi, si è svegliato come il leader più craxiano degli ultimi vent’anni, al cui potere tecnicamente iperplebiscitario (due primarie vinte di fila) si somma la “fedeltà di progetto” degli eletti in Parlamento, del Pd e di Sel (che non a caso ha tenuto analoghe primarie, gli stessi giorni): gli devono tutto, se fanno casini stavolta li linciano. Non più caminetti, al massimo qualche pacca sulle spalle alle vecchie glorie, e azzeramento delle correnti da parte degli elettori. Una piccola apocalisse, con un solo cavaliere.

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18 dicembre 2012

VENERDÌ 21 DICEMBRE 2012


“Secondo questa avvincente teoria del complotto mista New Age in cui mi sono imbattuto questo pomeriggio, mentre cercavo di truccare un’asta su eBay, il nostro pianeta passerà attraverso questa immensa rete da pesca cosmica situata a largo delle Pleiadi. Ma che diavolo è questa Cintura Fotonica? Secondo lo scienziato russo Alexei Dmitriev, si tratta di una sorta di fascia di plasma magnetizzato (non mi chiedete spiegazioni, io riporto) che rischia di friggerci tutti come dei coleotteri maldestri nella lampada alogena.”

A un tiro di schioppo dalla Data basta dare una sbirciata su Google News per rendersi conto che, a prescindere dallo scetticismo di maniera e dall’impegno di esperti e scienziati a sgamare le bufale una in fila all’altra, il 21 dicembre 2012 non sarà un giorno come gli altri e “fortunatamente c’è anche l’ala moderata d’ispirazione cattolica. La Cintura Fotonica non sarebbe altri che “lo Spirito Santo” in persona: pucciandoci dentro di esso, la Terra ci traghetterebbe verso “l’Era della Luce”, cambiando per sempre il mondo materiale e la nostra coscienza.”

Non lo sarà per i cileni, il ventiquattro per cento dei quali quel giorno starà a casa dal lavoro per scaramanzia (o come scusa per allungare il ponte), né per i turchi. Il gran mufti Mehmet Gormez, la principale autorità religiosa musulmana del paese, si è dovuto scomodare per puntualizzare che le profezie catastrofiste sono solo frutto di ”superstizione” e ”falsi scenari apocalittici”.

L’allarme creato dalle predizioni sulla fine del mondo del 21 dicembre in base al calendario Maya e sul previsto (e smentito più volte) allineamento dei pianeti della Via Lattea non è una prerogativa turca e cilena. La Nasa ha scatenato un’offensiva antipanico su Facebook e Twitter per smontare una ad una tutte le teorie che hanno appassionato untorelli e giornalisti in questi anni, ma che ora minacciano di far danni veri.

“Proprio come il calendario che hai sul tuo muro della cucina non cessa di esistere dopo il 31 dicembre, il calendario Maya non cessa di esistere il 21 dicembre 2012.” Affermano dalla Nasa, mentre il governo Usa asserisce categorico che “il mondo non finirà il 21 dicembre 2012 o in qualsiasi altro giorno del 2012”, subito seguito a ruota da Messico, Francia e Russia, in cui un deputato propone di perseguire i sobillatori di dicerie, ma dal 22 dicembre in avanti.

Intanto arrivano i primi agghiaccianti annunci di suicidi di famiglie e adolescenti, vittime dello stalking mediatico, e si confermano gli affari d’oro previsti per le località di villeggiatura neo-millenaristica. Oltre ai siti Maya del Messico e del Guatemala, l’ultima moda sono alcuni microscopici paeselli presi letteralmente d’assalto: Bugarach in Francia, Cisternino in Puglia, la Val Pellice in Piemonte e Sirince in Turchia. Chi ha indagato ha scoperto che “i luoghi di salvezza dalla fine del mondo sono quelli che rappresentarono un rifugio per uomini che la pensavano diversamente dalla religione corrente.”

I nuovi catari e valdesi, assediati da raggi gamma, asteroidi, pianeti fantasma e (perché no) dagli alieni di Borghezio, stanno facendo la felicità delle agenzie di viaggi che hanno trovato in questo week-end fine-di-mondo un insperato contropiede alla crisi. Per 130 euro, invece, un’azienda svizzera ha commercializzato in Rete un kit di sopravvivenza per sopravvivere all’Armageddon.

“Vendiamo acqua e del riscaldamento a gas e altri prodotti destinati alla sopravvivenza quando non ci saranno più l’acqua potabile e l’elettricità” argomenta il produttore, reduce dal successo del kit in Siberia, dove ha venduto già più di novantamila pezzi. Niente in confronto al bunker semovente, confortevole e resistente all’acqua (e dunque agli ovvi maremoti previsti dal meteo apocalittico) messo a punto in Cina: una vera e propria arca di Noè in versione bilocale.

Insomma la psicosi dilaga. Nonostante sopracciglia alzate e battutine sarcastiche, dietro ogni caffè e in tutte le fermate dell’autobus non si parla che di questo benedetto venerdì 21 dicembre 2012. Tutti ci hanno fatto un pensiero, anche se in società giurerebbero il contrario e molti hanno il motivato timore che le paranoie del mondo, individuali e collettive, possano trovare nella Data il trampolino di lancio per esplodere. Poi i più saggi si chiuderanno in casa a scopare, fare le coccole e giocare coi bimbi oppure drogarsi, bere, ballare e mangiare in compagnia. L’offerta certo non manca.

“Menù fine del mondo per un ristorante di Hong Kong. Il Flagship Aqua Restaurant Group, ha deciso di organizzare per la sera del prossimo 21 dicembre, che secondo la profezia dei Maya dovrebbe coincidere con la fine del mondo, una cena di sei portate al costo di 2.112,12 dollari di Hong Kong a persona (211 euro circa), cifra che ricorda la data della profezia Maya. Il proprietario però ha fatto sapere che gli ospiti dovranno pagare il conto solo se il mondo non finirà quella sera. In caso contrario tutto sarà offerto dal ristorante stesso.”

L'ultima puntata di Spider Web è stata pubblicata su The FrontPage.

19 novembre 2012

KARMA POLICE

“La vita sulla Terra, come la conosciamo, non sarebbe possibile senza la protezione esercitata dal campo magnetico. Secondo studi recenti la magnetosfera sarebbe interessata da un processo d’indebolimento. Si tratta di un processo lento, ma progressivo”. Non è il solito buco web di untorelli new age (il capovolgimento dei poli magnetici era uno dei must apocalittici in vista del 21/12/2012) ma un comunicato dell’Esa, l’Ente spaziale europeo, che sta lanciando una nuova missione per capire che diavolo sta succedendo: “nei prossimi anni il campo magnetico potrebbe arrivare a un punto di non ritorno, a un livello mai conosciuto dall’uomo”.

A un mese dalla fine del calendario Maya, tutto si può dire fuorché il mondo scoppi di salute. Con gli occhi ancora colmi delle immagini della capitale dell’Occidente, sfregiata dagli elementi nell’intimo dei suoi muscoli architettonici lanciati contro il cielo, la puzza di guerra che arriva dal Medio Oriente lascia presagire un Natale all’insegna del terrore. Allo strazio delle vittime e alla disperazione dei bambini ebrei e palestinesi si aggiunge la paranoia di una guerra vera, con Israele da una parte, il mondo arabo dall’altra e alcune testate nucleari (vere e presunte) in mezzo.

Tutto questo dopo che il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha annunciato la propria indisponibilità a ricoprire l’incarico nel nuovo governo di Obama. Gli occhi di tutto il mondo sono ancora una volta puntati su di lui, l’uomo del discorso del Cairo. Il Papa Nero è stato appena rieletto, non certo in pompa magna come hanno raccontato con consueta cialtronaggine paesana dalle nostre parti, ma pur sempre con un margine molto superiore ai pronostici della vigilia, sia nel voto nazionale che tra gli stati grandi elettori.

Naturalmente sono tante le ragioni della vittoria di Obama, a partire dall’inadeguatezza goffamente robotica del suo avversario, ma fra tutte spicca l’operazione Chrysler. Sergio Marchionne, il nemico giurato della sinistra italiana, è stato il protagonista dell’evento più atteso dalla sinistra worldwide: il beniamino dei liberal di tutto il mondo rieletto presidente grazie al salvataggio di Stato del colosso dell’auto americana, con i lavoratori a metà stipendio e il plauso unanime del sindacato.

In coincidenza con la fine del calendario Maya, o forse per via della perdita di vigore della corazza naturale del magnetismo terrestre, che impedisce alla Terra di trasformarsi in un Marte o in una Venere, pare che la polizia del karma si stia incaricando di recapitare i suoi paradossali verdetti con crescente impazienza. Non solo il Papa Nero made in Fiat, dunque, ma una serie di piccole scorribande di riequilibrio karmico che sembrano proprio non poter aspettare oltremodo.

“Milano è un villaggio. Tutti sapevano tutto di tutti. Lui arrestava, istruiva processi-bomba, percorreva in favore di telecamere corridoi fatali accompagnato da avvocaticchi con i quali concordava l’uscita degli arrestati dalle camere di sicurezza in cui si riscuoteva con la paura del carcere la confessione, ma già si sapeva tutto di quel coraggioso magistrato in carriera politica. Si sapeva che non era uno stinco di santo, che le sue cadute di stile erano piuttosto pesanti, che il tout Milan era pieno di gente di denari che aveva avuto rapporti spuri con l’ex poliziotto laureato di fretta e messo lì a fare da battistrada dei professorini dell’anticorruzione del pool, si sapeva quel che è venuto fuori pubblicamente dopo, e cioè che aveva avuto rapporti inconfessabili con un pezzetto dei servizi diplomatici (e altro) americani, che la sua storia di pm antipartito era la storia stessa di come veniva calando la cortina di ferro della guerra fredda.”

Il prosaico cade male, nella strapaesana italiana cosiddetta Terza repubblica (in fieri). La faccia di Di Pietro, davanti alla gendarmeria della “commissaria Gabanelli”, come la chiama Giuliano Ferrara nel suo articolo definitivo, sembrava proprio quella del “mariuolo” di craxiana memoria colto con le mani nella marmellata. Sadicamente, ma non troppo, in diversi hanno rievocato la bavetta di Forlani, in aula al processo Enimont: la giustizia infatti non solo (o non tanto) è uguale per tutti. Ma è – soprattutto – equilibrio.

E una volta che si mette in moto, il processo di assestamento non si arresta sino a quando non c’è un equilibrio nuovo. Così capita di assistere alla triste parabola discendente dell’ex Caimano dei caimani, ridotto a mitragliare a salve, a giorni alterni, il governo in carica e a ritrovarsi puntualmente svillaneggiato dai giornali (che un tempo non troppo lontano lo onoravano di una demonizzazione a nove colonne) a pié di pagina, in angoletti troppo angusti per l’ipertrofico ego che scalcia ancora dai titoli.

Oppure di scoprire che dopo tanto bla bla rottamatorio, tra i “Fantastici 5” candidati alle primarie l’unico che azzarda qualcosa di politico (la riforma fiscale capace di assorbire l’evasione = mettere i cittadini in contraddittorio finanziario = fare scaricare tutto a tutti) e scalda i cuori della sinistra del web si chiama Bruno Tabacci, ha centotrentacinque anni ed è un cazzuto di democristiano. Quelli che l’hanno capito per primi, gli agenti segreti della karma police, sono i Marxisti per Tabacci. Normale, poi, che il compagno Bruno sbugiardi le velleità nuoviste del giovane turco Renzi, menandogli calci negli stinchi per tutta la pallosissima versione-primarie dell’X Factor di Sky.

Il pallido Matteo ormai arranca palesemente e certo non aiuta che due tra i suoi economisti di riferimento – Alesina e Zingales – abbiano dichiarato di sostenere Romney. Un amico di tFP, pochi giorni prima del voto, mi ha scritto che “Obama è diventato lo spartiacque fra buoni e cattivi”. L’hanno spiegato anche a Renzi? Intanto Casaleggio, Grillo & associati, liberati ormai dallo stereotipo dei liberatori e ventre a terra nelle purghe d’autunno, continuano a scavare indisturbati, lasciando agli esodanti il continuo rimpallo della propria inconcludenza. Manco la legge elettorale sono riusciti a cambiare.

Per quadrare il cerchio, infine, il rottamator cortese si è candidato segretario del Pd, in Lombardia hanno candidato a furor di partito l’ennesimo “civico”, di sicuro spessore ma conosciuto dal grande pubblico solo per il tragico lutto (continuare a tirare in ballo orfani e vedove oltre a essere macabro e patetico inizia a risultare avvilente), che per prima cosa ha tentato di abolire le primarie e Crocetta neo-presidente della Sicilia ha annunciato Franco Battiato neo-assessore alla cultura. Quello di “mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura”. Addavenì.

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29 ottobre 2012

CAYMANISTAN


“La Porsche ha chiamato “Cayman” la sua auto più brutta per fare un dispetto a Renzi”, “#Dalema va ai giardinetti per mangiare i bambini e dice che l’ha mandato Renzi”, “E’ stato Renzi a bloccare il treno Italo a Firenze Per dimostrare che #LucadiMontezemolo non va”, “Le zanzare ad ottobre sono state mandate da Renzi”, “Matteo Renzi è il vero autore dei libri di Fabio Volo e Federico Moccia”, “Ma chi paga la lavanderia per tutte quelle camicie bianche?”, “Renzi svela sempre il finale delle barzellette di Bersani”, “Ma non è che quell’auto che secondo la Moratti era stata rubata da Pisapia, invece l’ha presa @matteorenzi?”, “Salterò la pausa pranzo: ho protestato, il mio capo mi ha detto: #attaccaRenzi.”

Lhashtag di @AsinoMorto dice già tutto. Vendola, per cui il pm ha appena chiesto venti mesi di galera per abuso d’ufficio, e Bersani, la cui storica segretaria è stata appena indagata  per truffa aggravata, sono riusciti nell’impresa di mettere Renzi all’angolo. Chi osa non dico spendere parole apertamente lusinghiere, ma esprimere qualche moderato dubbio circa lo status di “nemico del popolo” affibbiato al sindaco di Firenze, viene lapidato sulla piazza di Facebook.

Oltre alla staliniana trasfigurazione dell’avversario in “nemico”, già sperimentata con Craxi e Berlusconi (con evidenti benefici per il paese, in declino da un quarto di secolo sotto tutti i punti di vista), la tentata sterilizzazione del pericolo – ché quando un moccioso impudente annuncia di voler tagliare il finanziamento pubblico ai partiti entro i primi cento giorni di governo di questo si tratta – si basa sul boicottaggio della partecipazione.

Le primarie sono il mito fondativo del Pd e del centrosinistra, l’unico, e il mastice che riesce a tenere insieme un elettorato sempre più scazzato e disilluso. Negli anni passati si sono sempre rivelate l’unica vera arma in più rispetto ai soldi, al carisma e alla certezza della leadership che regnava nel campo avversario. Ma anche questa, ovvia, considerazione non deve aver fatto breccia.

Così mia nonna, che ha quasi novant’anni e fa fatica a scendere le scale (ma è sempre andata a votare), gli studenti di sedici e diciassette anni e quelli fuori sede (i pugliesi poi sono veri ultras del loro governatore) se ne staranno a casa. Invece che presentarsi al seggio con la carta d’identità e il certificato elettorale (e una volta sola), come nel 2005, tocca una babele di puttanate burocratiche che, a parte le patetiche giustificazioni in politichese, significano solo una cosa: vade retro Renzi.

Spararsi nelle palle per far dispetto alla moglie: dopo che gli analisti hanno spiegato che più alta è la partecipazione più le chances di vittoria di Renzi aumentano, le varie staffette partigiane sono partite ad architettar tagliole. Ma se va a votare meno gente perdono tutti, perché oltre alle primarie bisognerebbe tentar pure di vincere le secondarie. Arrivarci dopo un flop, proprio adesso che Berlusconi spariglia di nuovo e patrocina (forse) le primarie del centrodestra, sarebbe il massimo.

Il quotidiano lancio degli stracci, inoltre, ha definitivamente eclissato i contenuti dal dibattito, anche riguardo la cosiddetta “fase 2” della campagna di Renzi (che continua a giocare alla lepre). “Cambiamo l’Italia” ha affiancato il claim “Adesso!”, riconducendo idealmente il sindaco di Firenze al “Change” di Obama, dopo che la fase uno ne aveva già sussunto e italianizzato l’iconografia sin nel minimo dettaglio.

Il particolare è che stiamo sempre parlando dell’Obama del 2008, quello trionfale e trionfante. Tutti continuano a citare la campagna, le strategie, lo stile, i contenuti, lo story telling di quell’Obama là. In quanti conoscono il claim del 2012, quello su cui tra pochi giorni il presidente chiede il voto agli americani per altri quattro anni? “Forward”, dalla speranza visionaria al realismo del buon padre di famiglia in una campagna stile Diesel, con un video che sembra il trailer di una serie tv (alla seconda stagione).

Renzi, come gli altri ma col rischio di pagare un prezzo più alto, è rimasto al 2008, l’epoca del “Se po’ fa’” con cui Veltroni rastrellò il 33% alle politiche. Nel frattempo però è cambiato tutto, diverse volte. L’altra sera Santoro gli ha chiesto conto a modo suo della “fase due”, citandogli l’ultimo libro di Paul Krugman “che si chiama proprio come il suo slogan, adesso!” (col punto esclamativo pure) e argomenta il fallimento delle politiche di austerity in Europa e in Italia. “Lei che ne pensa?”

Renzi ha abbassato un po’ gli occhi, ha ripetuto un paio di volte che gli editoriali di Krugman sul New York Times sono un prezioso contributo all’analisi, ha dato l’impressione di non averne mai neanche sentito parlare (del libro titolato come il suo claim). Ora, si può essere d’accordo e meno con Krugman, ma è il caso di avere un’opinione su quello che scrive, visto quello che scrive, se si ambisce così tanto a governare un paese (uno qualunque).

Invece la cosa più politica che Renzi ha tirato su fuori sul tema è che “è una questione di qualità della spesa pubblica” certo “a saldi invariati”. Spiccicato a Bersani, a Monti, a tutti. Poi nient’altro, nulla che a poche ore dalla fine della trasmissione potesse rimanermi impresso, al netto delle gag rottamatorie. Unico guizzo, vagamente cimiteriale: nei primi cento giorni di governo la mitologica legge sul conflitto d’interesse. Per dimostrare che non è l’Ambra del vecchio Caimano. Poca roba.

All’ora del conto, infine, la Sicilia non poteva mancare. I primi exit polls sulle elezioni erano fischiati in rete come ghigliottine al vento. Anche se i risultati ufficiali sembrano ridimensionare l’uragano, Caymanistan trema. Più della metà dei siciliani è rimasta a casa e l’altra ha incoronato campione del caos il “D’Annunzio a Fiume, un situazionista fuori situazione, un estroso beato nel posto tipico delle stramberie”. Come aveva predetto Buttafuoco, con bella prosa.

“Non è stato elegante manco in acqua, eppure ha fatto evento. Una nuotata come quella può farla uno svelto atleta scolpito da Fidia, non un Satiro attempato e tutta la bellezza di quella traversata s’è confermata nell’essere lui – l’uomo che viene da fuori – tutto il contrario di ciò che ha fatto, il più improbabile dei Colapesce. Nessuno ci credeva che potesse arrivare a nuoto, tutti cominciano a credere che lunedì possa sfasciare finalmente la regione siciliana.”

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23 ottobre 2012

LOMBARDIA CANAGLIA


Dopo Er Batman, la Polverini in contromano con l’auto blu per andare a comprare le scarpe, la fine ingloriosa del Formigoni V, ora potrebbe toccare a Errani. Il 2012, pur non  accogliendo le astronavi aliene sul Viale dei Morti di Teotihuacan, sembra proprio l’anno del piazza pulita congiunto di governo e parlamento italiano, Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia. Oltre alla Sicilia, che va al voto a fine mese. Il tutto in uno scenario politico vagamente apocalittico.

Grillo, che ha l’età di D’Alema anno più anno meno, si fa lo Stretto di Messina a nuoto per lanciare la campagna elettorale “separatista” del M5S per le regionali della Sicilia. I sondaggi dicono che rischia di ritrovarsi primo partito dell’isola e secondo a livello nazionale, al 21 per cento e passa. Il Pdl è poco sopra il 14 e il Pd è quasi al 26, l’Idv torna intorno al 4, l’Udc verso il 5 mentre Lega e Sel si attestano sul 6. Si votasse domani tornerebbe Monti.

Naturalmente non è indifferente, in termini politici e/o elettorali, il risultato delle primarie del centrosinistra. La coalizione del Pd con Sel e il Psi in caso di vittoria di Renzi potrebbe andare in pezzi: Vendola, col suo classico cinismo gabellato da coerenza, si smarcherebbe per incassare da sinistra i cocci dell’ex Pd (o del più probabile esodo di funzionari e attendenti).

A sentire Renzi, invece, il Pd a trazione renziana vale il 40%, come neanche nei sogni più bagnati del neo autorottamato Veltroni, già teorico della vocazione maggioritaria (e arrivato a onore del vero all’ineguagliato 33%). E quindi forse avrebbe i numeri per riuscire a vincere e a governare, senza bisogno di supplenti o parenti-serpenti. Certo, se gli ultimi sondaggi sulle primarie si confermeranno sarà dura verificare.

Secondo il più incazzato il Bersani neo-rottamatore che mette D’Alema alla porta senza troppi complimenti sta giocando una partita “gesuitico-stalinoide” e mostra che “una famiglia politica che non sa rispettare se stessa, la propria storia e dignità, è condannata alla dissoluzione.” Secondo i bersaniani (che i botteghini danno in aumento, a prescindere dalle polemiche miserabili sulle Cayman e i giardinetti) il vero rinnovatore è lui, lo smacchia-giaguari che ha passato gli ultimi anni in Tv a sganasciarsi con Crozza.

Una buona occasione per dimostrare che è vero, che il rinnovatore è lui, è la scelta del candidato governatore della Lombardia, nel caso in cui il Celeste riesca a mandare tutti a spendere prima di Natale (e sotto profezia Maya). Ad oggi il nome più papabile, fra quelli che circolano (Ambrosoli ha declinato), è quello di Bruno “prezzemolo” Tabacci (senza offesa, s’intende, l’uomo è intelligente). Lo score – deputato e assessore a Milano in contemporanea, presidente della Lombardia cinque lustri fa sotto il segno di Ciriaco De Mita – non ne fa proprio il frontman ideale per l’assalto dei grillini.

Non è un dettaglio da poco, il nome, nelle elezioni della Lombardia. Se c’è una cosa che il ventennio celestiale ha lasciato è l’enorme aspettativa per il dopo. Per chi verrà dopo, perché gli elettori capita che siano più avanti dei politici (specie di quelli di centrosinistra) e che gli importi fino a un certo punto di salamelecchi programmatici e guazzabugli organizzativi. Quando si tratta di governare una regione che è uno stato di dieci milioni di abitanti, tra i più avanzati d’Europa, il manico fa la sua brava differenza.

Naturalmente per fare un nome che funzioni bisogna avere un’idea di che cosa si vuol fare e, prima ancora, di chi ci si crede (o modestamente si vorrebbe) essere. La celebre e celebrata “soggettività politica collettiva” che, nel bene e nel male, a Milano ha espresso un sindaco di sinistra dopo un altro ventennio, ora preme per il bis. Quindi delle due una: o si fanno le primarie o il nome che esce dal conclave deve essere all’altezza di quest’aspettativa. Dello zeitgeist, fotografato dall’immancabile sondaggio sul giornalone dell’editore-tessera numero uno del Pd (e main sponsor dell’usato sicuro Bersani alle primarie nazionali), che ha permesso la presa di Palazzo Marino.

Poi bisogna mettersi d’accordo su cosa s’intenda per “avanzato” e forse le primarie sono uno dei ring migliori per uscire con una risposta condivisa. La Lombardia di Formigoni, tra un arresto e l’altro, ha pure trovato il tempo di mandare nel panico per quasi un mese i malati di epilessia, mettendo a pagamento due farmaci di largo consumo. Poter essere presi in ostaggio, senza nessuna ragione, dal pensiero di 150 euro al mese di più, che possono significare l’addio alle ferie del 2013 o alla settimana bianca, alla camera del figlio, o alla pizza e alla palestra: questo significa essere malati.

“Avanzato”, per i malati (ma anche non), coincide con il contrario della paranoia gratuita procurata dall’incuria politica di un Titanic incastrato fra le nuvole del Pirellone. Essere liberi di curarsi come si crede, dovendo risponderne solo a sé stessi, ai propri medici e alla propria famiglia, senza moralismi puntati. La Toscana del bersaniano Rossi ha scelto la strada della libertà di cura, disciplinando l’uso farmacologico dei derivati della canapa indiana, in modo da evitare ai malati l’umiliazione del bavero alzato e del centone che sguscia in cambio del pacchettino furtivo. Col rischio di perdere il lavoro e/o la custodia dei figli, farsi ritirare il passaporto o magari qualche giorno di galera.

L’avanzato centrosinistra lombardo può permettersi un’Agenda Rossi? La rottamazione bettoliana è davvero una posa tattica un po’ meschina (e col fiato corto) o sotto lo stanco termine “rinnovamento” c’è qualcosa di politico? Se il tenore della tenzone sarà Albertini (o Lupi) vs Tabacci, in assenza di primarie, è facile che certi contenuti diventino un’esclusiva del Movimento 5 Stelle. Che in più ha il vantaggio di non aver bisogno di spiegare, di sottilizzare, di specificare. E ha tutto da vincere, anche perché se succede davvero, poi, non si sa come va a finire.

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16 ottobre 2012

BERSANAMENTO


“È stato un capolavoro di democrazia. Se usciamo bene dalla vicenda delle primarie non ci ammazza più nessuno”. Di certo adesso faranno più fatica ad ammazzare lui. Bersani, il segretario, dopo l’Assemblea nazionale del Pd del 6 ottobre è stato salutato dal coro mediatico come un generoso liberale che, un po’ per tattica un po’ per convinzione, le primarie le ha aperte davvero. Con qualche regoletta, certo, ma un po’ di regole ci debbono pur essere, no?

Le regolette, però, per definizione sono vincolanti e in questo caso la sanzione per chi non le rispetta è stare a casa, senza se e senza ma. Così, dopo i primi attimi di entusiasmo, gli aspiranti premier del Pd, outsider che avevano annunciato la propria candidatura in deroga all’articolo 18 (i casi del destino) dello statuto che prevede che sia il segretario a rappresentare la ditta alle primarie di coalizione, si sono resi conto di essere rimasti in braghe di tela.

Alle diciottomila firme di iscritti al Pd (“Una follia, io ci ho rinunciato già il primo giorno”, dice Puppato) si sono affiancate pastoie burocratiche stile lasciapassare a 38. Elenchi degli iscritti consultabili solo all’interno delle sezioni del partito, per via della privacy (che non vale per l’albo pubblico degli elettori, però), blindatura senza quartiere della maggioranza già bulgara in Assemblea nazionale, con conseguente difficoltà a trovare le novantacinque firme necessarie per candidarsi.

“Io posso parlare per esperienza diretta. Diversi delegati che avevano assicurato di voler sostenere Renzi, hanno cambiato improvvisamente idea. Alcuni si erano fatti avanti con convinzione, ma dopo qualche giorno e qualche colloquio privato, hanno fatto un passo indietro”. Salvatore Vassallo, deputato neo-renziano (ed ex veltroniano), descrive un clima da “o con noi o contro di noi” che forse è quello che aveva in testa Bersani quando, con apprezzabile humour emiliano, ha gridato al “capolavoro di democrazia”.

Il Bersani neo-rottamatore (che può già incassare il bye bye di Veltroni) è uscito bene dall’Assemblea nazionale, garantendo a Renzi la possibilità di correre (e svincolandosi dai vecchi pachidermi) ma costringendolo a una silenziosa conta old style di delegati “fedeli” e bastonando senza pietà gli altri outsider in grado di togliergli voti al primo turno. Pare che solo la Puppato riesca a trovare le firme, unica donna “in gamba” per i Bettoliani del secondo turno e/o clone mignon del segretario, per i maligni.

Sarà l’acrilico, ma a me la cartolina di Bettola piace. Forse perché è talmente fuori dai canoni della comunicazione contemporanea (pure quella più dadaista) e così sideralmente distante dal “made in Usa” di Renzi, che al terzo (o quarto) sguardo ha finito per conquistarmi. Il richiamo familiare, poi, è talmente arcaico da stemperare la ruffianeria e abbastanza emiliano da non cedere alla retorica (niente giuramenti, salamelecchi, o poesie strappalacrime). Anche questo merita rispetto.

Prima ero rimasto un minuto buono, gli occhi sbarrati, a fissare l’immagine sul mio Mac del sito della campagna, “TuttiXBersani”, in effetti molto simile al “TuttiXMilano” di un paio d’anni prima. Credo che il neologismo “sciogliocchi” sia il più indicato per definire l’inferno grafico che circonda il nonsense editoriale di uno strumento che, a differenza di quello di Renzi, è palese che sia stato fatto proprio perché non se ne poteva fare a meno. Al contrario della cartolina di Bettola, che ha un cuore.

L’idea del partito che si legge in controluce, però, è quella che aleggia sulle belle facce emiliane dell’infanzia di Bersani, che il suo staff ha fatto circolare in occasione dell’avvio della campagna, a Bettola (suo paese natale). Un partito pesante come un aratro e duro come le zolle di terra da spaccare. Niente a che spartire con Renzi, ovviamente, poco con il partito delle primarie (che ci sono ancora solo perché Renzi è partito senza chiedere il permesso a nessuno), di Twitter e Facebook, della mediatizzazione, della personalizzazione della politica. In una parola della contemporaneità.

Il paradosso è che per affermare questa idea di partito, Bersani sta mettendo in gioco sé stesso in modo molto più americano del rivale rottamatore. Paradosso fino a un certo punto, per chi conosce gli emiliani, a cui fa da contraltare l’altra verità di cui nessuno pare accorgersi in queste ore. Per le regionali del Lazio c’è Zingaretti e basta (nisba primarie) e in Lombardia, dove delle primarie parlano solo i giornalisti, per ora l’unico candidato certo del centrosinistra è Tabacci. Dopo Formigoni ci si aspetterebbe anche qualche colpo d’ala, ma questa è un’altra storia.

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7 ottobre 2012

OUTSIDER TRADING


“Mi avevano chiesto, come si usa, di fare due conti e vedere chi sta con chi. Ho fatto un sondaggio fra la nostra gente, segretari di circolo funzionari amministratori: tutto a posto, tutti con Bersani. Poi la sera che è venuto Renzi a parlare alla festa ho visto, in platea, il parrucchiere del mio paese, Alfonsine, è da lui che vanno a tagliarsi i capelli tutti i ragazzi. E ho visto anche il direttore della Conad, quella dove vanno le donne a fare la spesa. E poi in fondo il fratello di mia suocera, che fa l’imprenditore e che quando vuol sapere di politica chiede a me. Ho domandato al parrucchiere. Ma stai con Renzi? E lui: ma sì, è nuovo è giovane. Poi tanto sono tutti nel Pd, no? Bersani faccia il segretario, Renzi il presidente del Consiglio”.

Questa, fuori dalle chiacchiere politicanti è l’aria che tira. C’erano serie possibilità che l’Assemblea nazionale del Partito Democratico di sabato 6 ottobre fosse l’ultima. Bastava che il fu Partitone assediato si arroccasse in una Bulgaria di lacci e lacciuoli, tesi a tagliare le gambe alla volata del camper di Renzi, e Renzi, poi, avrebbe avuto tutto lo spazio del mondo – e le ragioni – per presentarsi alle elezioni in libertà. Mostrando dunque di aver fatto bene i suoi conti a iniziare la sua campagna con un appello agli “altri”.

Sulle “regole del gioco”, con cui si corrono le primarie per la candidatura alla premiership del centrosinistra italiano, la decisione è stata assurdamente rimandata per mesi, come quegli esami medici che dovremmo davvero, ma proprio non abbiamo voglia di fare. Così oggi il Pd di Bersani si trova a inseguire col fiatone un candidato che già parla da premier e che l’ultimo sondaggio Ipr gli piazza tre punti dietro. 37 a 34, con Vendola ben sotto il 20 e gli altri (Puppato-Gozi-Tabacci) con percentuali da prefisso.

Per capire la differenza basta accendere il pc, andare su Google e dare un’occhiata ai siti internet dei due candidati, uno dietro l’altro. Due ere geologiche. E questo vale per tutto il resto: dal fund raising online professionale alla presenza sui social network, dalla perfetta riproduzione iconografica del cliché stilistico del Pd made in Usa – in una grafica impeccabile, nel suo stereotipo manifesto – alla mimica del corpo durante i comizi-show del tour in giro per l’Italia.

Se Renzi vince le primarie, poi, è l’apocalisse Maya. Almeno per le centinaia di migliaia di famiglie che vedono uno stipendio sicuro smettere di esserlo. Per ora il corpaccione dell’ex partitone ha retto, ma se i sondaggi anche solo si attestano su queste proporzioni il cambio di casacca, dalle ultime file in avanti, a beneficio del quasi vincitore senza esercito diventerà sempre più sistematico e compulsivo man mano che la data delle primarie si avvicina minacciosa.

Già ora i maligni insinuano che agli show elettorali di Renzi tra le spie inviate dai dignitari di Bersani, sempre una dignitosa porzione della platea del comizio multimediale, pullulino i disertori pronti a vendersi appena finita la corsetta scenica con cui ad ogni tappa il sindaco fiorentino raggiunge il palco. Solerti funzionari occhiuti, rimasti spiazzati da quella inconfondibile puzza di vittoria, così raramente annusata, e subito folgorati sulla via del camper. Chi primo arriva…

Fuori dagli attendamenti dei generali sul campo, poi, si aggirano le candidature di bandiera come quella di Puppato (di cui subito s’è malignato essere quella di Bersani, la bandiera), Gozi (che pare più interessato a posizionare ego e cv, più che legittimamente) e Tabacci, unica candidatura fuori dal, paradossale, coro giovanil-movimentista di cui Vendola è il massimo campione storico. Nonostante l’età e il background.

Vale la pena spendere due parole per il governatore della Puglia, classico ed eterno esempio di radioso futuro alle spalle, che per un breve ma intenso attimo parve avere la possibilità di dare concretezza al velleitario. Facendo dell’esperienza di governo il jolly per accreditarsi anche fuori degli steccati ideologici che presidia da un trentennio come un credibile leader della sinistra. Si sa com’è andata a finire, in Puglia e nella sinistra, e la sua eterna campagna per l’argento alla leadership del centrosinistra senza trattino non appassiona più da almeno un annetto. Troppa fretta, troppo ego (ma bella campagna: complimenti ai creativi).

Ma forse Bersani è più furbo di quanto vuol far credere e lo sfoggio di liberalità del 6 ottobre può essere il modo di ottenere tre risultati: una bella figura e un bel numero di candidati che dipendono dalla clemenza della tanto vilipesa “struttura”. La conciliazione del 6 ottobre, infatti, è un a buona notizia soprattutto per Renzi: 18.000 firme da raccogliere in una settimana (107 firme all’ora cioè 1,78 firme al minuto, come conteggiano al volo su Twitter) o almeno il dieci per cento dei delegati dell’Assemblea nazionale del Pd. Dura per gli outsider.

Ma l’unica possibilità che Renzi non vinca, a occhio e croce, è che ci sia qualcun altro in grado di togliergli abbastanza voti, militanti, volontari, campo. Tutta gente che ora si trova costretta a scegliere fra la padella e la brace. Qualcuno di giovane, “nuovo”, credibile, ma un po’ meno marziano del sindaco di Firenze, almeno agli occhi del target Pd, senza disinvolte gite ad Arcore nello score e con meno brillantini e paillettes televisive. Qualcuno come Pippo Civati.

La sua rete ha lanciato in questi giorni “Occupy Primarie”, la campagna online che fino al 12 ottobre sforna ogni giorno una cartolina per l’Italia ed è culminata mediaticamente nel “blitz dell’Ergife”, il gotico hotel pullulante di déja-vu dove si è tenuta l’Assemblea del Pd. Sono sempre gli stessi che hanno formulato i sei referendum per smuovere le acque dentro un partito in cui, senza il ricorso al pueblo su certi temi non si muove foglia. E che ora chiedono di votarli insieme alle primarie. Con o senza Civati sulla lista.

Questo pare proprio l’ultimo giro di giostra. Ma che succederà poi, al Pd, se e quando la rottamazione sarà compiuta? Una volta che i vecchi oligarchi con cui prendersela sempre avranno davvero levato le tende o comunque si limiteranno a brontolare, come tutti i bocciatori in là con l’età? Cosa rimarrà del Pd con un governo a trazione renziana (o montiana)? Il congresso è oggi, anche questa partita si gioca ora.

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La campagna "Occupy Primarie" è stata realizzata delle Lance Libere.

8 agosto 2012

SINISTRA E/A PUTTANE


“Erano queste giovani [sacerdotesse,
ndr] che avevano, anche, il nome di «vergini» (parthénoi ierai), di «pure», di «sante» – qadishtu, mugig, zêrmasîtu; si pensava che incarnassero, in un certo modo, la dea, che fossero le «portatrici» della dea, da cui traevano, nella loro specifica funzione erotica, il nome – ishtaritu. L’atto sessuale assolveva così per un lato la funzione generale propria ai sacrifici evocatori o ravvivatori di presenze divine, dall’altro aveva una funzione strutturalmente identica a quella della partecipazione eucaristica: era lo strumento per la partecipazione dell’uomo al sacrum, in questo caso portato e amministrato dalla donna.”

C’è bisogno della Metafisica del Sesso di Julius Evola per mettere un po’ di ordine intorno a quello che, un po’ sbrigativamente ma non senza una ragione profonda, è conosciuto come il mestiere più antico del mondo. “Puta” è una radice sanscrita presente nei Veda indiani, poi esondata dall’Avesta alle lingue romanze, che allude a qualcosa di puro, santo. La “Grande Prostituta” o “Vergine Santa”, infatti, anticamente era una sacerdotessa che amministrava il culto della dea.

“L’atto sessuale tra un uomo e la sacerdotessa era il mezzo per ricevere la gnosi, per fare esperienza del divino [...]. Il corpo della sacerdotessa diventava, in modo impensabile per il mondo occidentale contemporaneo, letteralmente e metaforicamente una via per entrare in rapporto con gli dei [...]. Per i pagani, infatti, le donne erano naturalmente in contatto con il divino, mentre l’uomo, da solo, non poteva raggiungere questo obiettivo.”

Sino ai tempi dei romani il termine “vergine” significava “nubile”, tant’è che in latino a “virgo” si affiancava l’allocuzione “virgo intacta” per identificare la ragazza non sposata e priva di esperienza sessuale. Non stupisce, dunque, la trasfigurazione etimologica – e culturale – operata dalla gestione patriarcale del messaggio di Cristo. In più i cristiani, junior del Vecchio Testamento, erano avvantaggiati: gli avi ebrei erano stati i primi a liberarsi del culto della dea e a sostituirla con il (presunto) unico dio maschio.

Proprio una Vergine sarà la madre del Salvatore e il suo carisma si diffonderà con trasversale rapidità. Le madonne nere di Francia, il culto di Iside, le eredità etrusche, cretesi e druidiche, insieme al Natale e alle altre feste copiaincollate su quelle pagane e celtiche, si fondono nel Cristianesimo che porta a compimento il rovesciamento dei poli, iniziato dagli ebrei e dalle invasioni di elleni, dori e achei nella Grecia pre-socratica e matriarcale: gli uomini amministrano il culto, le donne sono sante o puttane.

Le antiche sacerdotesse della luna vengono sfrattate dagli altari e sbattute in strada, proprietarie solo di quel corpo che un tempo fu il tempio e ora diventa l’icona del peccato. Maddalena non per caso assurgerà a simbolo di resistenze carbonare, oltre che a croce e delizia della sbandierata tolleranza della religione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (tutti con la “o”). Così come i padroni maschi del pantheon greco si erano dovuti inventare il parto cerebrale di Era da parte di Zeus, per giustificare la patrilinearità celeste su cui poggiava il loro potere ai piedi dell’Olimpo.

La sessuofobia contemporanea, quindi, non è che un retaggio antropologico antico, un riflesso condizionato di quel naturale timore reverenziale che ogni maschio di potere prova nei confronti di una donna libera e del suo corpo. Tutto quello che ne discende, in termini di tic e paranoie culturali sull’educazione, la cultura, il buon gusto e persino la politica, è solo un pallido rimbalzo di una partita antica come il sole e la luna. Il beghinaggio moralista su videogiochi, pornografia, preservativi e tutto il resto è tutto qui.

Ma c’è anche la tolleranza. Questa dev’essere una delle ragioni per cui il motto – il mestiere più antico del mondo – è ancora valido. Le prostitute sono sempre state tollerate, spesso utilizzate per le “necessità corporali” di papi, confratelli e prelati, come monito del peccato ma anche della possibile redenzione, incarnata dalla sempiterna Maddalena. Tolleranza non vuol dire uguaglianza, però. Anzi. La condizione di minorità, di clandestinità professionale, di oscurità sociale è essenziale, per il monito.

Niente di male, intendiamoci: la Chiesa fa la sua partita. Quello che disarma, come al solito, è la nullità culturale e la sudditanza politica espressa dai sinistri moralizzatori che si ergono a paladini dei diritti della donna, con la “d” maiuscola. E non spostano un fico secco circa le condizioni materiali delle donne in carne ed ossa che, per scelta, costrizione o (estremo peggio) schiavitù, si prostituiscono per strada.

L’ultima della lista è la neo-portavoce del governo Hollande, Najat Vallaud-Belkacem, che ha dichiarato: “Non si tratta di sapere se vogliamo abolire la prostituzione, ma di trovare gli strumenti per farlo”. Le “sex workers” di Francia (lì le case chiuse sono state abolite nel 1946), circa ventimila di cui ottomila solo a Parigi, sono scese in piazza per protestare, volto coperto da maschere di plastica e lavagnetta al collo con su scritto: “Non siete voi a riempirmi il frigo, a pagarmi le bollette, perciò non potete parlare”.

In Italia la senatrice radicale Poretti, che ha proposto un disegno di legge per la legalizzazione della prostituzione, ha fatto i conti: “settantamila prostitute presenti nel nostro Paese per nove milioni di clienti e un costo medio per prestazione di trenta euro fa un giro d’affari, sicuramente per difetto, di novanta milioni al mese, oltre un miliardo l’anno”. In tempi di crisi nera forse è meglio tassare l’ipocrisia di Stato, visto che la prostituzione in sé non è reato, piuttosto che strangolare imprese e pensionati.

Un barlume di lucidità giunge dalla Romagna. A Ravenna il sindaco Matteucci ha annunciato recentemente il progetto per la “zonizzazione” della città, prevedendo alcune zone illuminate e sicure per farle lavorare in santa pace. Si è anche lanciato in un’apologia liberalizzatrice commovente sulla necessità di una legge che regolamenti il mestiere più antico del mondo con laica serietà. In tempi normali sarebbe una battaglia persa in partenza, chissà se la fame si dimostra catartica.

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23 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE: PARMAGRAD


“La radio al buio e sette operai, sette bicchieri che brindano a Lenin… e Stalingrado arriva nella cascina e nel fienile, vola un berretto un uomo ride e prepara il suo fucile. Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa… d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città!” Chissà se a Grillo è passato per la testa il
pezzo degli Stormy Six, quando ha dichiarato Parma “la nostra Stalingrado”. Ora che punta a Berlino dovrebbe proprio ascoltarla.

“I parmensi sono come i ravanelli: rossi fuori e bianchi dentro.” Mia zia, bolognese trapiantata a Parma in gioventù, mi aveva avvertito per tempo. La scorsa settimana, quando davo la caccia ai candidati al ballottaggio, per il Pd di Parma avevo chiesto a lei. Mi ha dato il cellulare di un funzionario di Partito, molto cortese e disponibile, che a sua volta mi ha dato l’e-mail del “comunicatore”. Che non mi ha mai risposto.

Pizzarotti, dopo un po’ di stalking su Facebook e via mail, quando mi è scesa la catena e gli ho chiesto se, per caso, non cagare chi chiedeva un’intervista fosse una “scelta di politica aziendale”, mi ha risposto. “Nessuna strategia ma mi chiamano da tutta Italia ed è un casino gestire tutto. Domani vedo cosa riesco a fare.” Il giorno dopo ha ripreso a non rispondermi, nel frattempo a Parma è arrivato il New York Times, Le Monde e la CNN e io mi sono arreso.

Adesso che i ravanelli parmensi hanno votato e che, a differenza che nel resto d’Italia, l’hanno fatto in massa (solo tre punti in meno rispetto al primo turno) è possibile tracciare un primo bilancio della Campagna d’Emilia, che ha portato Grillo (e Pizzarotti, che ha fatto di tutto per mostrare ai suoi concittadini di essere un bravo ragazzo lavoratore, persino un po’ moderato, che pensa e decide in proprio) al primo successo serio, in grado forse di scardinare la pax partitica imposta dal moribondo governo Monti.

Mentana ha aperto il suo pomeriggio tv dedicato ai ballottaggi con il sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani. Grillo è balzato al 12%, raddoppiando i consensi rispetto a due settimane fa, e si affaccia come terza forza politica del paese, col Pd al 25 (in calo), il Pdl al 20 (a picco), la Lega sotto il 5 (ai minimi termini) e pure Udc, Idv, Sel e Fli in discesa. Tutti i partiti giù, in pratica, con altri sondaggi che gonfiano ancor di più le vele del Movimento 5 Stelle. Chissà tra un anno, alla partita vera.

Per l’intanto Grillo può mettere in fila, oltre a Parmagrad, altri tre municipi espugnati. Alla vittoria al primo turno, per venti voti, di Roberto Castiglion a Sarego (già sede del “Parlamento padano”), si aggiunge il trionfo di Marco Fabbri (quasi il 70%) a Comacchio e il rush vincente (52,5% e 26 punti rimontati dal primo turno) dello studente universitario di 26 anni Alvise Maniero a Mira, città d’arte di quasi 40000 abitanti sulla Riviera del Brenta (ed ex roccaforte rossa).

Stalingrado, però, rimane Stalingrado. Parma è una città ricca con un Comune talmente indebitato (si parla di 600 milioni di euro, interessi esclusi) che rischia di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti, a giugno. Dopo quattordici anni di giunte di centrodestra il candidato del Pd si aspettava di vincere facile. “Io rispetto tutti gli avversari, ma il ballottaggio con il candidato del Movimento 5 Stelle Federico Pizzarotti sarà come giocare la finale di Coppa Italia contro una squadra di serie B.”

Dev’essere stata questa certezza (o forse la sensazione che le cose si stavano mettendo male) che ha spinto Vincenzo Bernazzoli ad avventurarsi, tra lo stupore generale, a un faccia a faccia con Pizzarotti organizzato dall’Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma all’Auditorium Paganini (strapieno, oltre mille persone). Tema della serata il nuovo inceneritore, piatto forte della stracittadina elettorale, la cui costruzione è stata approvata dalla Provincia presieduta proprio da Bernazzoli.

In Italia si sta andando verso la soluzione senza inceneritore: Reggio Emilia, la Sicilia, la Provincia di Lucca. L’Europa prevede dal 2020 il divieto di bruciare materiali riciclabili o compostabili. Ma a Parma vige la “Legge Vincenzo“. Bernazzoli nemmeno risponde alle domande scomode: “Dove metterà le ceneri tossiche dell’inceneritore?“. Non si sa.” La lettera dell’Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse, pubblicata sul blog di Beppe Grillo, suona come un epitaffio.

Secondo alcuni, tra cui anche Pizzarotti (che in un attacco di sincerità ha confidato alle telecamere che se quelli del Pd mettevano un altro, “magari giovane e fuori dai giochi”, forse avrebbero vinto al primo turno), è stato un problema di manico. Bernazzoli si è dovuto difendere per tutta la campagna elettorale dall’accusa (che a Parma vale triplo) di non voler mollare la poltrona di Presidente della Provincia. Oltre all’ineleganza ha dato anche l’impressione di crederci il giusto, alla vittoria. E se non ci crede lui…

Adesso Grillo e i suoi festeggiano l’avvento col botto (si fa presto a fare i fatalisti ora, ma il 60% a Parma non se l’aspettava nessuno) della Terza Repubblica e Bersani la sua vittoria “senza se e senza ma” ché, se non c’era la “non-vittoria” (spettacolare neologismo) di Parma sarebbe stato un trionfo. Il mio piccolo viaggio nel Partitone emiliano assediato finisce così con un due a uno per i barbari e la sensazione che, sui suoi temi (Casta, ecologia, ecc.), Grillo continuerà a far male.

(… fine)

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20 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE: COMACCHIO


“Beh, a voi elettori di Comacchio la scelta: il rinnovamento oppure un ritorno al passato con Pierotti, già due volte sindaco, che ha comunque sempre manovrato dietro le quinte le ultime amministrazioni comunali. Quindi abbiamo una grossa opportunità: riprenderci tutti insieme, tutti i cittadini, il governo di questo nostro territorio così splendido…”.

Quando ho visto il video di Marco Fabbri, candidato del Movimento 5 Stelle, su YouTube mi è tornato in mente l’esondazione sprezzante e vagamente sconsolata della mamma di due compagni di musica di mio figlio, sulla classe politica (senza distinzioni) che ha amministrato Comacchio negli ultimi quindici anni. “Poi hanno pure la faccia tosta di presentarsi adesso come quelli che vogliono cambiare tutto.”

Il Comune di Comacchio (Cmâc’ nel dialetto locale) conta poco più di ventitremila abitanti sparpagliati su un territorio che comprende i sette lidi (Lido degli Estensi, delle Nazioni, di Pomposa, degli Scacchi, di Spina, di Volano e Porto Garibaldi) che si allargano su spiagge californiane lungo la costa che congiunge la foce del Reno e il Po di Volano, tocca il Parco regionale del Delta del Po e fa capo all’antico borgo, le cui vestigia risalgono ad oltre duemila anni fa.

Il simbolo architettonico della piccola Venezia, “sorta sull’unione di tredici piccole isole (cordoni dunosi litoranei) formatisi dall’intersecarsi della foce del Po di Primaro col mare”, è il Trepponti (nella foto), creato nel 1694 dall’architetto Luca Danesi e costituito da cinque ampie scalinate (tre anteriori e due posteriori), culminanti in un piano in pietra d’Istria. Un simbolo perfetto anche per il barocco politico cittadino (velenoso, invelenito ma grondante speranza), una girandola di parole che lunedì sera condurrà, comunque, a un unico “piano in pietra d’Istria”: una e una sola faccia al timone di Comacchio.

Quella di Alessandro Pierotti, avvocato navigato che corre con una coalizione formata da Pd, Udc, Lista Civica Futura Comacchio e Lista Civica l’Onda e ha ottenuto l’appoggio di Fli al Bagno Ippopotamus di Porto Garibaldi, è una faccia spavalda. Al comizio di chiusura, dopo quindici giorni a testa bassa contro Fabbri e Grillo (“è lui il primo a non essere incensurato”), anziché parlare del suo programma “ormai già sentito in tutte le salse” ha preferito bastonare “Fantomas Fabbri”, che “negli ultimi quindici giorni non si è mai presentato ad un confronto con me”, e quello che liquida come “un programma invisibile, un copia-incolla scaricabile da internet”.

Poi passa alle blandizie di vecchia scuola e addita tutto il grillume che potrebbe urtare note sensibilità. Sostiene che quelli del M5S non parlano delle vongole che “danno da lavorare a trecentocinquanta persone” e, con un crescendo berlusconiano quasi epico, che con i loro canoni sbandierati di legalità diventerebbe fuorilegge l’80% delle seconde case (che i comacchiesi affittano ai lidi). Alla fine si dice certo che “se si vorrà votare con la benda sugli occhi è certo che si ritornerà al voto tra sei mesi”. O Pierotti o il diluvio.

Marco Fabbri è un giovanotto col gel e la faccia da alieno (almeno rispetto ai canoni lombrosiani del giovane politico contemporaneo). “Sono nato a Comacchio, dove vivo tutt’ora nella frazione di Lido Estensi, ho 29 anni, sono laureato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna e sono un dipendente pubblico (ma non un fannullone!)”. Scrive di sé stesso sulla sua pagina del sito “Comacchio a 5 Stelle”, dove compare con casco e sorriso in groppa a una Ducati.

Nel video su YouTube rilancia i temi-bandiera della sua campagna elettorale col botto (oltre il 22% dietro a Pierotti che supera di poco il 36, con quasi l’intero arco costituzionale dietro), primo fra tutti il “no alla chiusura dell’Ospedale San Camillo deciso da Provincia e Regione.” La mamma di Comacchio che ho intervistato al posto di Fabbri-Pierotti è stata la prima cosa che mi ha detto. Poi c’è il rilancio del turismo declinante su cui anche lui, come tutti, ha la sua ricetta.

“Una delle prime lotte sarà quella contro la cementificazione del territorio. In questi anni si è costruito troppo e male: quasi 30000 case, molte delle quali invendute e sfitte… Occorre valorizzare questo splendido territorio che non è fatto solo di mare, ma anche di valli, di saline. Siamo nel Delta del Po, i comacchiesi hanno un’occasione unica per ridare dignità e fiducia a questo posto, che negli ultimi anni ha perso presenze turistiche nell’ordine di oltre un milione.”

Via libera di fatto a Fabbri (“oggi l’inesperienza è necessaria”) arriva anche dal candidato del “Centrosinistra per Comacchio”, che sul Delta del Po evidentemente non comprende il Pd ma solo Rifondazione, Sel e l’Idv. Fabio Cavallari, trentadue anni, allenatore di pallavolo e “responsabile postvendita estero per una multinazionale”, ha superato l’undici per cento dei consensi al primo turno, arrivando di poco quarto dopo il neanche il 15% di Antonio Di Munno e il suo Pdl in caduta libera (il sindaco uscente di centrodestra, Paolo Carli, aveva preso quasi il 60% due anni fa).

Il terzo candidato “giovane” al primo turno, Alberto Lealini della lista “Voce giovane per Comacchio”, ha sfiorato il dieci per cento dei voti e si è classificato al quarto posto, davanti alla Lega Nord (poco sopra il sei). Per qualche giorno è circolata la voce, poi smentita, di un apparentamento suo con Fabbri e i grillini ma se si sommano i consensi ottenuti dai “trepponti” della nuova Comacchio (Fabbri, Cavallari e Lealini) si arriva al 43%.

Forse davvero “la Terza Repubblica nascerà da Comacchio”, come ha profetizzato Grillo con usuale sobrietà all’ultimo, gettonatissimo, comizio in città o semplicemente gli elettori stanno prendendo a schiaffoni i partiti che hanno gestito la baracca fino ad ora. Di certo essere giovani e/o fuori dai giochi sembra essere la carta vincente per aspirare a fare il sindaco della piccola Venezia. E Grillo lo ha capito per primo. Staremo a vedere.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

18 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE: BUDRIO

“Piccolo motto conclusivo per i dirigenti nazionali del Pd: quando i gatti han lo stesso colore scorazzano le volpi. E non son solo grilline. Occhio ragazzi!” Mauro Zani, ex leader comunista (e per un po’ pure post), chiudeva così la sua intervista a FrontPage. È passato un anno e mezzo, sembra cambiato ancora una volta il mondo e le volpi (solo) grilline scorrazzano nell’intera regione all’inseguimento del Pd.

A parte Piacenza, dove la Seconda Repubblica tiene e centrosinistra e centrodestra si misurano nella classica bipolar tenzone, a Parma, Comacchio e Budrio Pd & soci (a formazioni variabili) se la devono vedere con i candidati del Movimento 5 Stelle. Il centrodestra e la Lega Nord, esclusi dai ballottaggi e prosciugati elettoralmente, si attestano su una schizofrenia politica che fa propendere i caporioni locali per Grillo, per l’astensione o (senza dichiararlo a chiare lettere) per il centrosinistra.

“La piccola comunità di Budrio, con eroico coraggio e indomito spirito patriottico, contribuiva alla lotta di Liberazione, dando ospitalità e rifugio a gruppi di partigiani. Subiva una feroce e cieca rappresaglia da parte delle truppe tedesche che trucidarono civili inermi, tra cui donne e giovani adolescenti e incendiarono alcuni edifici. Ammirevole esempio di spirito di sacrificio ed amor patrio.”

Budrio, medaglia d’argento al valor civile, è un paese di quasi 18000 abitanti in provincia di Bologna, sulla strada per il mare, le cui più antiche vestigia risalgono ai temi dei romani. La cittadina sulla San Vitale è celebre in tutto il mondo per l’ocarina, uno strumento musicale inventato dal budriese Giuseppe Donati e il candidato sindaco del Pd, Giulio Pierini, suona la sesta ocarina nell’Ocarina Ensemble Budrio.

Pierini lo conosco da dieci anni, da quando faceva il segretario della Sinistra Giovanile (i giovani dei Ds) di Bologna e gli curavo le campagne di comunicazione. Ora di anni ne ha quasi trentaquattro e dopo aver fatto il responsabile comunicazione per il Pd bolognese e l’assessore alla cultura e al bilancio di Budrio è stato scelto come candidato unico a sindaco, senza primarie (“non c’erano sfidanti”).

Ha accettato di confrontarsi sui temi più spinosi della sua campagna elettorale: centrali a biomasse di Mezzolara, centro commerciale e Imu (il “super-Imu” di Budrio, secondo le gazzette locali). Contro le centrali è sorto un comitato di cittadini capitanato dal magistrato Enzo Roi e si è cementato il consenso della lista di Grillo il cui candidato, Antonio Giacon, non ha risposto alla richiesta d’intervista via e-mail né ai messaggi su Facebook.

Giulio Pierini, reduce da una campagna particolarmente dura (“con attacchi personali gratuiti e offensivi”), ha accettato di raccontarsi sulla chat di Facebook e quello che segue è il copia e incolla di com’è andata.

Giulio Pierini, candidato sindaco di Budrio, ti aspettavi il ballottaggio?
“Eravamo sette candidati a sindaco; il ballottaggio poteva starci. Con il M5S al 20% e la lista “Noi per Budrio” al 14% arrivare così vicini al 50% è stato un bel risultato. Ci poteva stare…”

La lista Noi per Budrio è frutto di una scissione del centrosinistra, o sbaglio?
“Non è esattamente una scissione. È una lista politica formata da cittadini ma soprattutto da ex amministratori, che negli anni scorsi erano all’interno del centrosinistra.”

Quali sono le differenze fondamentali fra il centrosinistra, diciamo così, storico, la lista Noi Budrio e il Movimento 5 Stelle? Perché a occhio parte del 62% preso dal sindaco uscente, Castelli, è andato lì…
“Con coloro che hanno formato la lista Noi per Budrio non ci siamo trovati d’accordo sul giudizio sull’amministrazione uscente. Nonostante ne abbiano fatto parte per dieci anni, hanno deciso di esprimere un giudizio negativo sul Sindaco Castelli. Per noi questo era semplicemente sbagliato. Con il Movimento 5 Stelle, invece, non abbiamo mai avuto nessun confronto. Se escludiamo idee diverse sui temi dello spostamento dello stabilimento Pizzoli, la nascita di un centro commerciale e la strumentalizzazione delle biomasse a Mezzolara, il M5S ha un programma in buona parte condivisibile e su molti punti già realizzato o in via di realizzazione.”

Perché dici “strumentalizzazione delle biomasse a Mezzolara?” Io ho letto che sono contrari al progetto, ho visto il video dell’area che dovrebbe ospitare il sito delle quattro (?) centrali e assistito a progetti di questo genere, un po’ in tutta la regione… Qual è l’idea del Pd e del suo candidato? Mi spiego meglio: a cosa serve? Chi ci guadagna? Ci sono rischi per la salute? Cosa cambia per l’ambiente? Per la Valle dei Benni?
Pierini: “Strumentalizzazione perché, se il progetto è ben fatto, i comuni hanno pochissimi poteri in merito: è un impianto privato su area privata autorizzato dalla Conferenza dei Servizi provinciale sulla base di una legge nazionale. In Italia, tutti i ricorsi dei comuni e dei comitati hanno avuto esito negativo. Il Comune di Budrio, con il dialogo e il confronto serrato nel merito dei problemi, ha convinto il privato a modificare il progetto: spostamento del sito in una zona lontana dal centro abitato, riduzione dell’impianto a 2 MW; trasporto delle materie prime fuori dei centri abitati; controllo continuo delle emissioni prodotte da parte dei cittadini e degli enti preposti… Deve cambiare la legislazione nazionale per ridare agli enti locali il potere di individuare i siti e le modalità di alimentazione degli impianti, in modo da premiare gli impianti piccoli che utilizzano scarti della produzione agricola e zootecnica. Gli impianti a biomasse possono rappresentare così un’integrazione al reddito degli agricoltori, contribuendo a sviluppare fonti energetiche alternative, senza sacrificare il paesaggio né la vocazione agricola del territorio, sennò chi ci guadagna sono grandi investitori. Se ci sono rischi per la salute gli enti preposti in Conferenza dei Servizi bloccano il progetto rigettandolo. Sulla Valle Benni, poi, conviene sfatare un mito: l’area umida non verrà intaccata per nulla e comunque anche quella è un’area privata attualmente inaccessibile ai cittadini e utilizzata per la caccia.”

Quindi se tu diventi sindaco e decidi che la campagna deve rimanere campagna e che nessun mega-impianto dev’essere costruito, a parte quelli piccoli di produzione del biogas, non hai il potere di farlo?
Pierini: “Nessun sindaco ha il potere di farlo, se i progetti sono ben fatti sulla base della legge nazionale e delle prescrizioni regionali. In assenza di una vera autonomia dei comuni su questa materia, quello che si può fare è una sorta di “moral suasion” che permetta di difendere il territorio e rispondere alle preoccupazioni di cittadini e agricoltori.”

Sono previsti sconti sulle bollette dell’energia per chi abita nei pressi della centrale?
“La legge non prevede compensazioni di questo tipo. Gli impianti a biomasse in realtà producono una certa quantità di calore che in gran parte viene dispersa: con il teleriscaldamento si potrebbe riutilizzarlo, ma nel caso di Mezzolara è impossibile, con l’allontanamento dell’impianto che anche il Comune ha chiesto.”

Ma perché il M5S è contrario al centro commerciale?
“Non hanno compreso che senza un investimento come quello di un centro commerciale (che va poi a utilizzare una potenzialità prevista dal 1997) l’azienda Pizzoli se ne sarebbe andata da Budrio in un’altra regione o all’estero. In questo modo invece siamo riusciti ad avere la mole adeguata di investimenti per realizzare la prima APEA (area produttiva ecologicamente attrezzata) della provincia di Bologna. Perché nel 1997 gli amministratori decisero per un possibile centro commerciale? Io ero minorenne, ma probabilmente già allora era chiaro che senza strutture medio-grandi i budriesi facevano le loro spese in gran parte fuori dal loro Comune.”

Ultima domanda, forse la più spinosa: il super-Imu di cui parlano i giornali? A parte le ragioni di bilancio, quasi tutti i comuni sono messi male dopo dieci anni di tagli e di aumento della spesa di stato e regioni… Ma proprio adesso? A un mese dal voto?
“L’Imu è una tassa ingiusta, soprattutto sulla prima casa, ed è pesante anche da spiegare e gestire in piena campagna elettorale. La cosa più brutta, insieme all’esborso per i cittadini, è che non c’è ancora nulla di chiaro e certo. I comuni hanno poca autonomia e sono praticamente esattori dello Stato. Bisogna insistere per rendere l’Imu più equa e meno pesante: servono ulteriori detrazioni prima casa per le famiglie a basso reddito, agevolazioni alle persone in difficoltà (per esempio chi ha perso il lavoro, anziani soli); riduzioni per i comodati gratuiti a familiari e per la proprietà indivisa; aliquote più basse per le imprese, per il commercio e per i terreni coltivati direttamente dai proprietari.”

Vabbè, ma Budrio ha applicato quasi l’aliquota massima, sia per terreni che per seconde case… e pure sulla prima casa ha picchiato duro. O no?
“Assolutamente no. Innanzitutto non abbiamo ancora applicato niente perché con le modifiche alla legge “Salva-Italia” bisogna rifare i conti. Noi abbiamo trovato un equilibrio, in un quadro comunque pesante: lo 0,48% per la prima casa (il massimo è 0,6) e lo 0,92 sulle seconde (il massimo è 1,06) con riduzioni per artigianato e commercio allo 0,84 e forti agevolazioni per i comodati gratuiti e la proprietà indivisa. Sui terreni agricoli, quando abbiamo approvato la nostra variazione di bilancio, non erano ancora possibili riduzioni specifiche, ma adesso sulla modalità di conteggio in agricoltura cambierà tutto e confidiamo in un alleggerimento del prelievo perché c’è il rischio concreto che molte aziende agricole chiudano perché non possono pagare l’Imu.”

Meglio l’usato sicuro del buon vecchio Partitone, quindi… Perché, in una battuta?
“Qui non c’è la Casta e non ci sono privilegi: gli amministratori sono cittadini che si impegnano per il bene della loro comunità. Continuiamo con le buone politiche dell’amministrazione uscente, ma insieme a questo innoviamo e riformiamo profondamente il welfare che oggi non regge più di fronte ai nuovi bisogni, investiamo in politiche ambientali, energetiche e della mobilità sostenibile, valorizziamo il nostro patrimonio di eccellenze produttive e culturali.”

(2 – continua)

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

15 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE

Dalle mie parti il Pd si chiama ancora Partito, con la “p” maiuscola”. Al di là degli aspetti folk (tortellini e cappelletti fatti a mano alle feste dell’Unità, volontari che distribuiscono il giornale al mattino, ecc.), la presenza dell’organizzazione erede del più grande partito comunista d’Occidente si fa sentire in pressoché tutti gli ambiti della società e della vita biologica di chiunque ne faccia parte, a qualunque livello.

L’intreccio fra Partito, Sindacato e Lega (che da queste parti significa ancora Lega delle cooperative) è la cifra distintiva del sistema emiliano, che nel corso degli anni ha definito comunità omogenee sotto il profilo politico, economico e culturale. Per lavorare, fare impresa, aprire una scuola di yoga o di tango argentino, farsi una partita a tressette con gli amici, presentare la dichiarazione dei redditi o farsi controllore i contributi per la pensione, andare a ballare o a sentire un concerto rock, in una maniera o nell’altra s’incoccia quasi sempre un qualche nipotino di Gramsci e Togliatti.

Quasi ogni paese, città, Provincia, oltre che la Regione, sono stati governati per sessant’anni dalla stessa famiglia politica e dalle filiazioni che da essa sono scaturite, al punto che quando queste stagioni sono state interrotte bruscamente dalla vittoria degli “altri” (Parma nel 1998 e Bologna nel 1999, i casi più celebri) sulle gazzette locali (ma anche nazionali ed estere) si è gridato all’evento. Intendiamoci: mediamente la qualità amministrativa è alta e gli asili nido della regione, per citare un esempio noto, hanno fatto scuola in tutto il mondo.

L’altra faccia della medaglia è l’aria da regime che, soprattutto in provincia, tira più o meno forte a seconda dei personaggi che si trovano al timone. Sarà banale dirlo ma la fine dell’ideologia, intese come religione civile che tutto teneva (non solo la grinta per tirare la pasta sfoglia dei tortellini o le ferie prese per fare volontariato allo stand della pesca gigante, ma anche l’omertà pietosa rispetto ad abusi e ruberie in nome del partito o del proprio conto corrente), ha fatto tracimare sovente ambizioni e appetiti.

Se a parole si cantano le lodi del libero mercato e del partito aperto e contendibile, nel profondo rosso padano si affilano i coltelli per scannare chiunque si avvicini al bandolo della matassa di potere, che tutto avvinghia. Il gap ideale e progettuale con un passato in cui, altro che Facebook, nel bene e nel male si faceva notte in sezione per determinare la “linea” fa il resto. Così la fedeltà è reclamata non più sulla base di notti trascorsi a sputar fumo e presentar mozioni, ma sempre più spesso sul terrore di non lavorare più o di essere esclusi, in una maniera o nell’altra, dai giochi.

Far finta che l’Italia non sia, da sempre, una congrega di congreghe (chiuse come ricci ad ogni minacciosa novità) è una della ribalderie più ricorrenti degli osanna al libero mercato, che tutti i mali spazza via. Ma c’è un momento in cui ogni congrega omogenea (pace sociale mixata con omologazione e conformismo) va in crisi: quando non è più in grado di assicurare benessere e qualità della vita (seppur minima) alla maggior parte di chi ci vive e, magari, i suoi capitani non si stanno dimostrando abbastanza coraggiosi.

In Emilia-Romagna, prima un po’ la Lega (Nord) poi Grillo hanno preso a scavare come talpe sotto i piedi del consenso consolidato del Partitone, apparentemente inossidabile. Ma mentre le sparate contro le moschee o altre bizzarrie tipo la Romagna indipendente (“Nazione Romagna” era lo slogan leghista, se non ricordo male) lasciano il tempo (e i voti) che trovano, la guerra per la salute (effetto collaterale di partite di business già chiuse in partenza) del Movimento a 5 Stelle comincia a pagare.

Acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo sono le cinque stelle polari che orientano l’azione del movimento sul territorio, mentre la democrazia diretta (assemblee pubbliche e forum online al posto delle riunioni nelle sezioni di partito) è lo strumento di partecipazione, sedicente rivoluzionario. Naturalmente il web già pullula di leggende metropolitane circa lo stalinismo di Grillo e le mire occulte dei suoi spin doctor di Casaleggio&Associati, veri registi occulti di tutta la baracca (secondo l’inevitabile vulgata complottarda) e assertori di un nuovo ordine mondiale, vagamente orwelliano. Stiamo alla politica.

“Parma è una città indebitata, con un grave dissesto economico. Il MoVimento 5 Stelle è un salto nell’ignoto, nel domani. Gli altri sono la continuità con il passato, la certezza del suicidio assistito. Vincenzo Bernazzoli, il candidato del Pdmenoelle è presidente della Provincia di Parma (ma le Province non dovrebbero essere abolite?) in carica (così se perde conserva il posto di lavoro) e sostenitore dell’inceneritore (che causa neoplasie), ha spiegato che il futuro di Parma è nel maggiore indebitamento bancario e che (nessuna paura) i suoi uomini sanno come trattare con i banchieri.”

Oltre che con Federico Pizzarotti a Parma (amministrata dal centrodestra da quasi quindici anni), definita nello stesso post da Grillo “la nostra piccola Stalingrado”, il M5S è al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna) con Antonio Giacon vs Giulio Pierini (Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con Marco Fabbri vs Alessandro Pieroni (centrosinistra allargato all’Udc). In tutti e tre i comuni della Regione in cui si vota lo scontro è tra il Partitone e i nuovi barbari di Grillo.

Da qui a domenica cercherò di raccontare le disfide elettorali, i protagonisti e le ragioni del contendere. Proverò a tracciare piccoli affreschi di paese in grado di sgombrare il campo dalla fuga nello stereotipo che caratterizza il mainstream nostrano e di capirci qualcosa nel piccolo terremoto in corso.

Per ora l’unico che ha accettato di parlare con tFP, il candidato sindaco del Pd a Budrio, mi ha stupito lamentando una strumentalizzazione “tutta nazionale” di un voto locale. E io che pensavo che fossero proprio i temi locali il cavallo di battaglia delle liste legate al brand Grillo. Spero che i candidati del M5S, contattati su Facebook nei giorni scorsi, sappiano far luce su questo piccolo mistero e sul resto. Diversamente dovrò affidarmi solo alla ricerca e il racconto sarà inevitabilmente più sfuocato.

(1 – continua)

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8 maggio 2012

È NATA UNA STALLA

Un’altra volta. A vent’anni di distanza, tutto si ripete nella stessa, identica, maniera. Per filo e per segno, le elezioni hanno scandito il penultimo atto del big bang dei partiti, nel ben noto copione mediatizzato di mazzette, manette, assalto alla spesa pubblica e alla moneta corrente (ma senza la lira da svalutare) unito alla disperante incapacità di fare politica. Vent’anni passati a non decidere che cosa l’Italia avrebbe dovuto essere e ora, dopo che anche l’ultimo dei fessi li ha sgamati, tutti a gridare all’antipolitica dei bruti che minacciano le virtù repubblicane.

Così, come nel 1994 è arrivato il marziano antipolitico magnate dei media, adesso ce n’è un altro, che conosce quelli nuovi (di media). E sa (e lo scrive da anni a chiare lettere) che per vincere le elezioni contro quei morti di sonno da cui è circondato non servono congressi, tessere o sezioni né rimborsi milionari, che i partiti si spartiscono come gangster al saloon. Meglio usarli contro di loro, adesso che la gente fa davvero fatica ad arrivare alla fine del mese e che il bollettino dei suicidi per debiti se la gioca con quello dei caduti sul lavoro. Adesso, la gente, ai soldi ci guarda proprio.

La chiamano antipolitica, col riflesso condizionato di chi considera tout court la politica una cosa sporca e prende poco l’autobus. Forse perché, semplicemente, non credono possibile un mondo in cui un consulente informatico di una banca (che deve prendere le ferie per fare campagna elettorale) possa realisticamente arrivare al ballottaggio per diventare sindaco di una città come Parma. E non sono tanto i politici di professione (che si difendono alla meno peggio) ma la pletora di opinionisti che, eterni interpreti dell’arte del disincanto, adesso spalancano gli occhioni e sparano a caratteri cubitali.

La notizia più scioccante di queste elezioni non è l’affermazione di Grillo, su cui il solito Giuliano Ferrara contro tutti ha sentenziato, a una smagliante Bianca Berlinguer: “è il vero sconfitto della giornata, con questo clima mi aspettavo il 20/30 per cento”. La sorpresa vera è stata la botta d’arresto subita da Casini, Fini & Co. Come alle amministrative del 1993, al centro si è spalancata una voragine, considerata la caduta libera del Pdl (con Berlusconi in gita da Putin, per non saper né leggere né scrivere).

Il Pd dicono che tiene. A regola è il primo partito d’Italia (visto che il Pdl è via di scioglimento) e, nonostante non riesca a esprimere candidati nelle grandi città (a Genova è in testa Doria, indipendente, a Palermo Orlando, Idv, contro Ferrandelli, ex Idv), in termini di lista, appunto, tiene. Sarà per questo che D’Alema va predicando la fine delle leadership populiste e di certo, passata (se passerà) la paura dei ballottaggi, Bersani penserà (forse a ragione) di potersi giovare per un po’ dell’effetto-Hollande (segretario pacioso, senza grilli per la testa, vince le elezioni mettendoci la faccia).

Ma c’è un ma. Quel famoso effetto ’94 non c’è alcuna ragione per cui non debba ripresentarsi, con le stimmate dei giorni nostri. Non è che gli elettori del Pdl e della Lega (bombardata ma non del tutto affondata, anche se in via di mutazione grillina) siano scomparsi coi loro partiti. E se, putacaso, possono bastonare gli odiati post comunisti, magari votando una giovane faccia pulita senza partito, perché non dovrebbero farlo? Per paura dell’antipolitica?

Oltre a Parma, dove il candidato è al ballottaggio con quello del centrosinistra (Pdl quarto, tipo) in Emilia-Romagna la cartina politica diventa interessante, se letta in controluce. Il Movimento 5 Stelle va al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna, roccaforte Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con risultati sopra il 20 per cento. Tendenzialmente in regione non scende mai sotto il dieci e sfonda quando ci sono questioni in grado di dividere la cittadinanza, sul merito delle proposte politiche (inceneritore, centrale a biomasse, storici cavalli di battaglia).

Come nel 1993 oggi il centrosinistra tira a festeggiare, occhieggia speranzosa a Parigi e teme Atene come la peste, mentre Grillo sta organizzando l’opposizione nelle sue roccaforti (di voti, potere, spina dorsale), sui contenuti che scaldano davvero il cuore dei suoi, famosi, militanti di base come fa contro Lega e Pdl dalle loro parti (rivolta fiscale, nisba cittadinanza agli immigrati nati in Italia). Quando poi i suoi candidati si dimostrano intelligenti e preparati e i vecchi ras del villaggio sono troppo bolliti per correre (e/o per piazzare rampolli presentabili) rischia pure di vincere.

A occhio, a Bersani converrebbe davvero mandare tutti a spendere e andare a votare con questa legge elettorale. Tra un anno forse è troppo tardi (anche per l’effetto-Hollande). E a chi, quando sarà il momento, venisse in mente (Ferrara l’ha già esplicitato prima su Rai Tre, con evidente sadismo) di proporre qualcosa che assomiglia al governo di unità nazionale (non c’è bisogno di dichiararlo esplicitamente in via preventiva, dopo aver approvato una legge elettorale proporzionale, la gente capisce) perché “c’è bisogno di senso di responsabilità”, si tenga bene a mente la lezione di Avigliana.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

27 aprile 2012

FAR WEB

“Oh figurati… per me tutte le scuse sono buone pur di avere la sensazione di cavalcare l’onda del futuro, qua è arrivato questo nuovo assunto, si chiama Sparky, deve telefonare alla mamma se fa tardi a cena, solo, pensa un po’… siamo noi i suoi apprendisti! Louis si intrippa con ARPAnet, e ti giuro che è come l’acido, tutt’un altro mondo, stranissimo… tempo, spazio, e tutta quella roba là…”.

Doc, detective hippy nella Los Angeles psichedelica di Vizio di Forma, aiuta a mettere in prospettiva la portata rivoluzionaria dell’Internet Era in cui siamo immersi sino al collo. Niente sarà mai come prima, oltre a essere lo slogan di chissà quante campagne pubblicitarie, è il corollario ai limiti della banalità che costella ogni riflessione sull’argomento, dentro e fuori la Rete.

Di certo c’è solo un prima, mentre il dopo è avvolto da nebbie futuristiche intrecciate con paranoie neo-millenaristiche e profezie cyber punk, che allignano nei sobborghi della cultura globale, e globalmente massificata, che dall’interattività “social” trae la propria linfa vitale. Con le debite differenze (la rivoluzione tecnologica non ha precedenti nella storia, forse bisogna arrivare alla ruota perché Gutemberg alla fine era un prodotto di nicchia) si tratta della narrazione inevitabile di un’era di passaggio fra due mondi. E, quindi, di crisi.

Oltre ai cambiamenti “oggettivi”, infatti, sono i soggetti che stanno cominciando a mutare pelle e anima, come se l’innovazione tecnologica scrosciante producesse un sisma genetico analogo a quello degli X-Man. È l’antropologia il campo di battaglia vero su cui si misurano le truppe digitali e analogiche, e l’evoluzione (e conseguente selezione) della specie la posta in palio.

La gente cambia, spesso senza rendersene conto e senza rendersi conto della velocità con cui sta cambiando. Ma l’amico del fricchettone protagonista del romanzo di Thomas Pynchon aveva già colpito nel segno: è la percezione allargata di tempo, spazio e tutta quella roba là il punto. Il tempo reale s’è incoronato sovrano assoluto, spodestando con un sol colpo il passato (buono giusto per nostalgie feisbukabili o mode vintage) e il futuro. E basta un click su Google per bypassare qualunque limite geografico.

Gli effetti sulla politica e sull’informazione sono tanto traumatici quanto, a volte, rasenti la comicità. Alle ultime elezioni in Francia, stante il gap tra i primi exit polls (pronti alle 18) e la chiusura dei seggi (ore 20), è stata nominata una task force di dieci (dieci!) persone per vigilare che in Rete venisse rispettato il locale gioco del silenzio che, in una versione un po’ meno demenziale che in Italia, impedisce a chiunque di parlare di sondaggi o previsioni di voto (multe salate per chi contravviene, blogger inclusi). Risultato: sono usciti in Belgio e in un amen ogni francese sapeva tutto.

L’overdose quotidiana di informazioni e notizie che ti inseguono letteralmente in ogni attimo dell’esistenza, con gli smart phone l’effetto è più che psichedelico, rende la gente decisamente più esigente e intraprendente. Sempre in Francia, sono state diffuse in Rete diverse foto di donne che hanno scelto di usare il proprio corpo come arma di seduzione politica o per convincere la gente ad andare a votare o per fare propaganda a questo o a quel candidato. Pare senza nulla in cambio, solo perché possono farlo.

L’adagio popolare secondo cui in Italia sono tutti commissari tecnici della nazionale di calcio bene si attaglia alla politica, in tempi in cui le decisioni dei politici possono cambiare radicalmente il tenore di vita di una famiglia e di una comunità e/o il grado di libertà delle persone. Di conseguenza suonano pateticamente urticanti le lacrime di coccodrillo versate di fronte ai sondaggi arrembanti che consacrano Grillo e il suo movimento come il temibile asso pigliatutto della prossima tornata elettorale.

Non è una questione di moralità o mani pulite, che alla fine solo solo il package del Movimento 5 Stelle, ma di efficacia e immediatezza. La generazione politicante al potere (a corrente alternata, in ossequio al totem bipolare) da vent’anni è bollita. È un dato di fatto e nemmeno loro provano a smentire (al massimo, a domanda diretta, divagano). La Rete (che Grillo ha capito, studiato e utilizzato per primo) è solo un’accelerazione all’eutanasia inevitabile per chi si ostina a negare la propria, evidente, necrosi progettuale.

Un po’ com’è accaduto in Tunisia, Egitto e Libia che peraltro distano poche centinaia di miglia dalle italiche coste. Ma in tutto il mondo è sempre e comunque un formidabile strumento di stress dal basso nei confronti di gestisce la cosa pubblica (ergo i soldi delle tasse dei cittadini, gli stessi che chiedono il conto, sempre più spesso e con sempre più cognizione di causa). Internet, dunque, è davvero la prima utopia libertaria dei fricchettoni anni ’60 ad essersi realizzata?

“Ti ricordi quando hanno messo fuori legge l’acido appena hanno scoperto che era un canale verso qualcosa che non volevano farci vedere? Perché dovrebbero comportarsi diversamente nei confronti dell’informazione?” Pynchon mette in bocca a Doc la più ovvia delle verità. Perché non hanno fermato Internet se era così pericoloso? La risposta è: chi? Chi ha il potere di farlo, se non al riparo di caduchi confini nazionali e sotto minaccia di torture e vessazioni? È la solita storia della mela, della conoscenza che fa male e del Lucifero tentatore. Che, stavolta, pare abbia in pugno la mano (e forse la partita).

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

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marzo