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 VOTO Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.
Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.
Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega.
Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.
Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.
Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.
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23 gennaio 2012
MEGLIO SOLI
“All’Isola del Giglio, paradiso naturale e perla scheggiata ed
oltraggiata, è naufragata una idea di modernità e di diseguaglianza
selvaggia”. Parola del leader di “Eyjafjallajökull”, nome di battesimo della Fabbrica di Nichi (scelto
in onore del vulcano islandese a pochi giorni dall’eruzione). C’è da
chiedersi cosa potrà arrivare a inventarsi di qui alla fine del 2012,
“Armageddon della nuova sinistra” magari. Per ora si limita a minacciare
che “la tecnocrazia non può congelare il calore della democrazia”.
Vendola, insieme a Grillo e alla segretaria della Cgil, guida il composito fronte della sinistra anti-liberalizzazioni. Secondo Susanna Camusso “c’è
una tendenza a dire che bisogna allungare l’orario di lavoro. È di per
sé una straordinaria trasformazione, siamo tutti vittime dell’idea che
bisogna essere costantemente raggiungibili dall’informazione. Ma bisogna
riflettere sul fatto che non è forse vero che il problema è occupare
tutto il tempo disponibile”, che così si “deprezza la cura delle
persone, la salute, l’idea che si può avere attività che riguardano il
tempo libero, la costruzione della cultura, della lettura”.
Col post “Io sto con i taxisti”, Beppe Grillo lancia direttamente un’opa à la Brecht sulle
categorie in ballo. “Oggi vengono a prendere i tassisti, domani i
notai, dopodomani i farmacisti, la settimana prossima i fruttivendoli.
L’unica categoria che non vanno mai a prendere è quella dei politici.”
Infatti “la caccia all’untore, alla singola categoria sociale, è
iniziata. Una battuta dopo l’altra con i media a demonizzare i redditi
dei tassisti o degli avvocati. I tassisti ricchi sono rari come i
politici onesti. È un lavoro che si sono comprati con i loro soldi, non
attraverso raccomandazioni, conoscenze, leccate di culo.”
Così come Berlusconi lisciava il pelo agli evasori fiscali, con
battute e smentite di forma sull’iniquità dello Stato e sulle ragioni
per cui in fondo bisognava capirli, Grillo si struscia attraverso il
canonico attacco ai media, rei di “demonizzare i redditi dei tassisti o
degli avvocati”. E pazienza se quasi nessuno ricorda di essere riuscito
ad ottenere una ricevuta fiscale su un taxi o se l’Italia è piena di
avvocati, dentisti, idraulici che dichiarano meno di badanti e
ricercatori (che prendono meno delle badanti).
Per non sapere né leggere né scrivere, Grillo integra pure lo sloganino di battaglia con cui chiude tutti i post combat
– Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure – con un
bell’appello elettorale senza se e senza ma, condito con la solita
spruzzata di vittimismo preventivo (che non fa mai male): “Ci vediamo in
Parlamento se non fanno una legge elettorale per impedirlo.”
L’altra sera per sbaglio ho guardato il Tg3. Era un po’ che
non succedeva, anche perché la tv non è molto gettonata in casa nostra, e
non ero più abituato a certe bizzarrie, tipo un servizio (per fortuna
veloce) su Marco Rizzo, leader di non so quale Partito Comunista Docg,
che fissava marziale la telecamera arringando sulla nuova lotta di
classe che unisce taxisti, precari e operai.
La prima manifestazione contro gli ordini professionali io l’ho
organizzata nel 1998 e l’associazione di cui ero responsabile
dell’organizzazione, l’Unione degli Universitari,
aveva sede in Corso Italia e con la Cgil aveva (e ha) un rapporto di
figliolanza politico-sindacale proficuo e (spesso) conflittuale. Quella
volta non dissero niente (se scazzavamo forte la tirata d’orecchi
arrivava puntuale) e anzi, Massimo D’Alema, allora segretario del Pds,
si complimentò con inusuale veemenza.
Com’è andata dopo è noto. Sono passati quattordici anni da quel
corteo e dal nostro elegantissimo slogan – gli ordini professionali non
servono a un cazzo – e Bersani (versione ministro) e i governi di
centrosinistra sono riusciti a fare poco, sudando molto. Quegli altri
invece hanno festeggiato la rivoluzione liberale direttamente in piazza,
assieme ai taxisti romani in camicia nera dopo la vittoria di Alemanno.
Monti ha fatto più di tutti in meno di due mesi, Natale e Capodanno
inclusi. Così come sulle pensioni, sul riordino dei conti pubblici, ora
sul mercato del lavoro e sulle frequenze tv che il centrosinistra – è
bene ricordare agli smemorati – ha continuato a regalare al temibile
Caimano. Perché mai, dopo un anno di questa rumba e con la barca che
magari si rimette ad andare, dovrebbero fare le valigie? Che fanno gli
altri, tornano per riattaccare a smacchiare i giaguari? Bersani fa bene a
bere da solo, altroché.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
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16 gennaio 2012
DISORDINI PROFESSIONALI
“#bloccotaxi
ma sì, fate pure la serrata. Quanto durate? 1, 10, 30 giorni? Dopodiché
diventiamo un paese normale.” Uno dei vantaggi della società
dell’informazione è il pluralismo contestatario. Dopo l’annuncio della
serrata nazionale dei taxi per il 23 gennaio e il proliferare di
“assemblee spontanee” (o interruzioni di pubblico servizio, a seconda)
contro le liberalizzazioni del governo Monti, su Twitter è partito lo sciopero degli utenti tre giorni prima. Il 20 gennaio, dunque, #menotaxipertutti.
Gli umori della gente, già bastonata per bene dalle prime misure
anti-deficit oltre che dagli aumenti di benzina e bollette, sembrano
tutt’altro che solidali con le categorie ritenute privilegiate e magari
in odore di evasione. A parte qualche nostalgico del Far West fiscale, infatti, anche un’azione drastica (da “Stato di polizia tributaria” come piace declamare con enfasi un po’ dark) a uso e consumo dei media come quella di Cortina ha ottenuto il plauso della grande maggioranza degli elettori di centro, destra e sinistra.
Non è solo per la speranza che le liberalizzazioni di Monti & Co.
portino più concorrenza e lavoro, soprattutto ai giovani senza
parenti/amici da cui farsi cooptare in una delle varie corporazioni
fortificate, ma per una paradossale questione di equità. Se bastonate
devono essere, che arrivino per tutti e quelli che per una ragione o per
l’altra tentano di scamparla, e finora ce l’hanno fatta, vengono
guardati in cagnesco. Non sarà molto elegante ma forse è l’unica maniera
per scrostare un po’ di Medioevo, magari evitando i forconi.
Un altro modo, ancora più efficace degli scioperi anti-corporazioni
via Twitter (e forse persino delle liberalizzazioni per decreto), è la
tecnologia. Groupon, celebre e celebrato sito di vendita di
prodotti/servizi di varia natura (dai parrucchieri agli alberghi) super
scontati, ha cominciato a pubblicare annunci di professionisti iscritti
ai vari ordini.
Dentisti e avvocati, in particolare, hanno cominciato a pubblicizzare
la propria attività su Groupon a tariffe ben più basse di quelle
“consigliate”. Gli ordini professionali, infatti, già dai tempi delle
famose lenzuolate dell’allora ministro Bersani non hanno più facoltà di
imporre tariffe minime e massime vincolanti ai propri iscritti che una
volta erano una loro prerogativa, per via delle menate sulla deontologia
professionale sotto assedio.
Devono però aver interpretato il termine “consigliate” in modo assai restrittivo, perché negli ultimi mesi sono fioccati i richiami ai professionisti rei di essersi messi online
a prezzi di saldo. A giorni si attende il verdetto dell’Antitrust,
interpellata da Groupon sulla vicenda. Il richiamo non è solo un atto
formale, ma l’anticamera dell’espulsione. Gli ordini hanno dunque
dichiarato definitivamente guerra alla contemporaneità, subodorando
forse aria di estinzione.
Sarà anche vero che “a New York i tassisti poveracci sfruttati del Bangladesh dormono in macchina”, come sostiene
il capo dei tassisti romani, secondo dei non eletti nel 2008 nel
partito della rivoluzione liberale all’amatriciana, ma siamo sempre lì:
bastonate per tutti (più forti per chi non le ha mai prese) oggi è
l’unica giustizia sociale possibile. In un paese normale un tassista non
guadagna il doppio (dichiarato) di un ricercatore.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
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3 gennaio 2012
MAYA O NON MAYA
 Il 2012 è l’anno dei Maya e della loro presunta profezia
sull’Armageddon. Il “presunta” è d’obbligo poiché l’unica cosa che ci
assomiglia è l’interpretazione dei disegni dell’ultima pagina del Codice di Dresda
(uno dei pochi documenti lasciati integri dalla furia evangelizzatrice)
effettuata dall’antropologo Arlen F. Chase: una serie di gravi
inondazioni della superficie terrestre e un periodo di oscuramento del
Sole.
Per il resto l’unica certezza è che per i Maya il 21 dicembre 2012 (al volgere del baktun
12) finisce l’Età dell’Oro, la loro quinta era e la fine del Lungo
computo di 5125 anni iniziato nel 3113 a.C. Quello che succederà,
quindi, è oggetto di speculazione filosofica e/o commerciale esattamente
come il resto delle previsioni e preveggenze in circolazione e la
stessa comunità Maya contemporanea tenta di dissociarsi da anni da
interpretazioni hollywoodiane dell’evento.
Di certo non è possibile prendere troppo alla leggera la capacità previsionale di tipo scientifico o, come direbbe Odifreddi
(ateista militante), aristotelico degli antichi sciamani Maya: rispetto
all’eclissi solare dell’11 agosto 1999 hanno sbagliato di una manciata
di secondi. Ma per sancire il fatto che questa era umana stia volgendo
al crepuscolo non c’è bisogno di abbuffarsi di tempeste solari, comete,
sbarchi di alieni e/o inversioni dei poli magnetici. Basta accendere il
focolare novecentesco all’ora del tg.
Crisi economica, politica, ambientale, tracollo energetico, guerre,
odio, razzismo, intolleranza, fame e miseria possono ben essere
interpretate come piaghe apocalittiche inferte a un’umanità indegna e
disperata, mentre la storia e il tempo sembrano esser stati messi in
pausa dall’atemporalità dell’artista creativo,
collettivo e sociale, che demolisce certezze e memoria nel baluginare
ipnotico di un futuro già presente. Al dio progresso si è sostituito un
senso di precarietà esistenziale che diventa causa prima di ogni scelta
individuale e collettiva e della via tecnologica alla salvezza.
In questo scenario l’ipotesi normalmente esotica dello showdown Maya (con tutte le analogie del caso con l’Apocalisse
di San Giovanni e le profezie di santi e mistici di ogni tempo) sta
creando gli ovvi cortocircuiti mediatici in grado di sbancare il
botteghino. Sette e sabba, meditazioni e kolossal, bunker
che spuntano come funghi, centinaia di migliaia di siti internet aperti
e di copie di libri di genere venduti, cinquanta milioni di visitatori
previsti nei più importanti siti archeologici latinoamericani da qui al
Solstizio della verità.
Anche l’accanimento dei vari Cicap va al di là della comprensibile ubbia per lo scacco matto inferto dal disprezzato culturame new-age, che alligna nelle periferie della Rete ma grazie al brand 2012 esonda quotidianamente sul mainstream,
e rivela l’ansia di ogni monoteismo sfidato sullo scivoloso terreno
della metafisica. La Chiesa è in crisi, il mercato pure, la politica non
ne parliamo, l’ortodossia misuratrice della scienza positivista
potrebbe uscire con le ossa rotte da una stagione di ricerca spirituale,
libera, metafisica e, pertanto, non ascrivibile ai soliti steccati.
Nessuno è in grado di predire il futuro, ma un po’ può aiutare il
passato. Anche senza scomodare quello arcaico e lacunoso degli indigeni
mesoamericani, la storia (personale e collettiva) insegna che ogni fase
di profonda trasformazione porta con sé fatica e dolore. Non è detto,
poi, che andrà meglio (come sostengono i santoni new-age), ma di certo nulla sarà più come prima. Per una semplice ragione: non lo è già più.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage. "As above, so below" mimato sulla cover di "Pussy", singolo dei Rammstein uscito nel 2009, l'ho preso qui.
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19 dicembre 2011
NON È UN PAESE PER TECNICI
 “La verità è che l’Italia è stata fondata su basi marce e ci abbiamo
mangiato tutti: evasori, statali che non facevano un cazzo e con il
doppio lavoro magari si potevano permettere di cambiare una volta in più
la macchina, così allo Stato tornava comunque indietro almeno l’Iva…”.
Secondo Claudio il Tappezziere, economista di riferimento oltre che asso
del tressette nel circolo radical chic bolognese che frequento, c’è poco da fare.
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro degli altri, quelli che
“alla mattina escono di casa per tirar su la serranda, andare in
fabbrica o fare qualunque cosa”. Quelli che tutte le volte che il Paese
si trova nella merda, gira e rigira alla fine si trovano il conto da
pagare. È successo nel 1992 con la mitica finanziaria di Amato, poi coi
sacrifici per entrare nell’Euro, ora col salasso per tentare di tenerlo
in vita.
Bonanni buca i media dicendo che la manovra finanziaria poteva
scriverla anche suo zio perché coglie lo spirito dei tempi, che aleggia
maggioritario in tutti i Bildenberg di basso borgo del Belpaese. La
consueta ingiustizia sommaria che si salda all’impotenza atavica di un
potere spuntato, anche se ammantato per l’occasione di sobrietà
professorale, per mettere qualche toppa. L’Italia è sempre quella del
Marchese del Grillo.
Presumibilmente il “sadismo professorale” del “bullo intellettuale” diventato premier a furor di Twitter, ritratto
da Annalena Benini con impeccabile perfidia, ha contribuito ma non è
stata la causa scatenante. Il duce in loden, senza amici nel Palazzo, è
parso un toccasana proprio a causa del disprezzo manifesto con cui ha
trattato l’odiata casta. Non è neppure colpa della stangata, alla fine
se l’aspettavano un po’ tutti.
È stata quella raggelante sensazione di déjà vu, schiaffoni
ai soliti noti mentre i furbi si squagliano, unita all’italianissima
vigliaccheria del non ammettere la Caporetto delle sempiterne riforme
perennemente annunciate. Il Commissario Monti, lo stesso che ha
inchiodato Microsoft, è stato messo sotto scacco da tassisti e
farmacisti di casa nostra, oltre che dal veto sull’asta delle frequenze
televisive. Per ora, a sentir Passera, ma gli altri non hanno goduto del privilegio di tale dilazione.
“Poi anche questo ‘contributo di solidarietà’ per le pensioni d’oro…
Se prendi centonovantanovemila euro l’anno niente, con duecentomila te
ne fan fuori trentamila. Non potevano tassare in modo progressivo?” Il
diavolo si nasconde nei dettagli, Claudio il Tappezziere mette di nuovo
il dito nella piaga e s’infervora: “Posso dire una cosa? Voi che siete
giovani perché non andate in piazza a protestare?”
Nel clima surreale di questo Natale 2011 in odore di austerity,
anche la piazza è un’arma spuntata. L’hanno capito bene gli anarchici
che hanno spedito la bomba a Equitalia: a memoria d’uomo non ricordo un
attentato, peraltro così vile e meschino, che abbia goduto di tale
popolarità. Non solo i social network ma pure i bar con la birra sono un tripudio di “hanno fatto bene, quelli sono proprio il peggio”.
La coincidenza di analisi, poi, tra opposti estremismi rende il clima
ancora più sinistro e cupo. Anarchici e Boghezio, leghisti vestiti da
operai in Parlamento e rifondatori del Pci che gridano al complotto
delle banche, insieme a Ferrara, Feltri, Bossi, Vendola, Tremonti e Di
Pietro e agli editorialisti del manifesto, i sindacati e la Mussolini. Come stupirsi, in un clima del genere, dei proiettili ai politici recapitati da nuovi brand terroristici che sgomitano per il loro posticino nel Tg delle otto?
E mentre anche il New York Times getta la spugna e ammette la sua delusione per la manovra di Monti, nel Belpaese la fiction
post-berlusconiana in crisi d’identità si va a sovrapporre a una realtà
sempre più recessiva e deprimente. Così può accadere che l’onorevole
Scilipoti si metta in combutta situazionista con l’avvocato Alfonso Marra, esperto di signoraggio e leader del Partito d’azione per lo sviluppo, e con la show-girl Sara Tommasi per inscenare una campagna contro le banche.
Le immagini di Sara Tommasi, a braccetto con Scilipoti, che accenna allo striptease in mezzo alla strada e si fa ritrarre come mamma l’ha fatta per promuovere il pamphlet del Marra (onore condiviso con Lele Mora, Manuela Arcuri e Ruby Rubacuori) contro le banche affamatrici, acuiscono l’ésprit de décadence
che esala dalle cronache. Come se il teatrino del vecchio impresario
più amato dagli italiani avesse deciso di sopravvivergli e stesse
progressivamente esondando nella realtà.
Il 2012 incombe…
L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.
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5 dicembre 2011
LACRIME, SANGUE E MERDA
 Così come tra uomini e donne, anche per gli Stati essere deboli o
forti non è una questione di genere ma di capacità/possibilità di
decidere in proprio. L’Italia del commissario Monti è l’esempio perfetto
di uno Stato storicamente giovane, costituzionalmente promiscuo e
politicamente abbastanza debole da avere accettato, in
centocinquant’anni di storia, praticamente tutto.
Da Mussolini al compromesso storico, dal partito dell’ampolla del Dio
Po al governo a quello di Mastella, Diliberto e Pecoraro Scanio,
passando per un’incredibile sequenza di aspirazioni golpiste (almeno
quattro, solo dal 1963 al 1985), esecutivi balneari di ogni razza e
l’eliminazione giudiziaria a mezzo stampa dei partiti che hanno scritto
la Costituzione. Fino al Drive-in di massa degli ultimi anni
con intercettazioni, escort e chiacchiere che hanno finito per eclissare
la crisi e alla fine il governo stesso.
Poi, dopo qualche ora di festa per l’auto-deposizione del Caimano e
dopo la selva di tripudi di loden e di alleluia per la ritrovata
sobrietà al governo, ecco che la annunciatissima scure di Monti cala in
tutta la sua crudezza, alle otto della sera, e le chiacchiere arrivano a
zero. Con grande sobrietà, in un sol colpo il professore reintroduce
l’Ici (rivalutando gli estimi), aumenta l’Iva e (agghiacciante) blocca
la rivalutazione Istat per le pensioni oltre i 1000 euro.
La super-stangata prevede anche l’annunciata riforma delle pensioni,
la reintroduzione della tracciabilità e un ulteriore taglio agli enti
locali. Ferrara potrà lustrarsi gli artigli (dopo giorni e giorni di
apologie di Paul Krugman), Calderoli rilancia già la secessione
(“consensuale, sul modello Cecoslovacchia”), Ferrero annuncia lo
sciopero generale, a Di Pietro prudono le mani, i sindacati si preparano
alla battaglia e il Pd e il Pdl (al solito) non sanno che pesci
pigliare.
Mi sa che non basteranno le tasse sui beni di lusso e i (presunti)
tagli alla politica per decretare la fine anticipata della luna di miele
fra il commissario Monti e gli italiani, che fino a ieri sera gli hanno
tributato una fiducia quasi unanime. Né basterà il carisma
istituzionale di Re Giorgio (come l’ha ribattezzato il New York Times), che forse ha salvato l’Italia dal default
finanziario ingaggiando Monti con un’operazione di rara abilità, ma
difficilmente potrà qualcosa contro le probabili ricadute recessive di
questa manovra.
Monti ha tenuto fede alla promessa di non guardare in faccia a
nessuno e continua a ripetere che tutti i riflettori sono puntati
sull’Italia. Allo Stato debole per eccellenza l’altro ieri è stato
lasciato il cerino in mano dalla Merkel davanti al Bundestag riunito:
“Dai cambiamenti dell’Italia dipende il futuro dell’Eurozona”. E i
cambiamenti sono arrivati per decreto legge, sobriamente denominato
“salva-Italia”, e con un appello ai cittadini centrato sul rischio di
“macchiarsi del fallimento dell’intera Eurozona”, perché “il debito
pubblico italiano è colpa di chi ha governato l’Italia, non
dell’Europa”.
“I sacrifici devono essere visti alla luce di un risveglio a favore
del merito e contro i privilegi, i nepotismi, le rendite”. Per Monti
“noi italiani siamo considerati delle individualità di spicco,
simpatici”, e sembra di sentire la conferenza stampa di un commissario
europeo tedesco o lussemburghese, di un consulente di una banca d’affari
o dell’Fmi.
Essere uno Stato debole significa ciclicamente abdicare dalla
democrazia e quando Monti annuncia “ho riflettuto in questi giorni che,
visti i sacrifici che devo chiedere ai cittadini italiani, ho deciso di
rinunciare ad ogni compenso come presidente del Consiglio e ministro del
Tesoro e delle Finanze”, ho pensato che forse hanno davvero ragione
Ferrara&Ferrero e questo è un tecno-golpe a tutti gli effetti.
Non è detto che sia un male. Non c’è dubbio, per esempio, che in
termini metodologici questo governo è un altro mondo e Passera che
annuncia report costanti, con gli stati di avanzamento delle
riforme in programma, ne è l’emblema. Poi, quando l’algida ministra
Fornero scoppia in lacrime annunciando il blocco delle pensioni e non
riesce a terminare la relazione, metto a fuoco l’unica verità: siamo
nella merda, mi sa che c’è poco da fare gli schizzinosi.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
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24 novembre 2011
THE DARK SIDE OF THE WEB
 “Ciao, sono Rascatripas e questo mi è successo perché non ho capito
che non avrei dovuto postare cose sui social network”. Lo
“strimpellatore”, Rascatripas, è stato trovato senza testa e con le mani
legate dietro la schiena alla periferia di Nuevo Laredo, città
messicana al confine con il Texas. Sul corpo del blogger
trentacinquenne, che gestiva un sito che denuncia i cartelli della droga messicana, l’intimidazione di massa.
A partire dalla metà di settembre altri tre blogger sono stati uccisi dai narcos-killer riconducibili al cartello di Los Zetas. Una ragazza e un ragazzo sono stati appesi a un ponte mentre Maria Elisabeth Macìas, “La Nena del Laredo”
che moderava il sito insieme a Rascatripas, è stata sequestrata,
decapitata e il corpo è stato fatto trovare sotto la statua di
Cristoforo Colombo, a Nuevo Laredo, dove qualche giorno dopo hanno
trovato quello del suo socio.
I messaggi di rivendicazione sono stati tutti firmati con la “z” di
Los Zetas che fa tanto Zorro. Per non lasciare adito a dubbi, certo, ma
forse anche per ingaggiare una battaglia iconografica con quelli che
stanno tentando di metterli alla berlina, in Rete. Tra cui non potevano
mancare gli Anonymous che, dietro l’effigie altrettanto simbolica di Guy Fawkes (esondata dalla Rete alla realtà nelle piazze di tutto il mondo), hanno dichiarato guerra al narcotraffico lanciando la campagna #OpCartel.
A questo giro però il 5 novembre, data-simbolo per eccellenza
(anniversario dell’arresto di Guy Fawkes sotto la Camera dei Lords, con
la miccia in mano) e giorno delle annunciate rivelazioni sul cartello e
sui suoi fiancheggiatori, non è successo niente. L’attivista di Anonymous sequestrato
da Los Zetas il mese prima era stato liberato e la minaccia di
ammazzare dieci persone della sua famiglia per ogni nome di
narcotrafficante o fiancheggiatore svelato è risultata convincente.
Anonymous, dopo aver passato l’ultimo anno e passa a buttar giù come birilli i siti di corporation, Stati e polizie, aveva cominciato la sua campagna di repulisti della Darknet
(omicidi su commissione, droga, armi, pedofili) col vento in poppa.
“Siamo qui per proteggere gli innocenti. Attenti, pedofili”. Una
quarantina di siti di pornografia infantile sono stati oscurati e
centonovanta indirizzi IP di presunti pedofili sbattuti in chiaro, nella
gogna telematica chiamata #OpDarknet. Poi i giustizieri della Rete oscura hanno alzato troppo la posta.
Cia, Mossad, diaboliche corporation, dittatori sanguinari e malvagi pedofili da una parte, romantici combattenti per la libertà dall’altra: gli Anonymous
erano gli eroi digitali senza macchia e senza paura. Nell’attuale
deriva dei continenti, epoca in cui la percezione d’impotenza delle
strutture del passato (Stati, monete, mercati) si salda alla sfiducia
più assoluta nei confronti del loro futuro, le azioni degli Anonymous hanno avuto sinora ragione dei blabla inconcludenti dei loro detrattori.
Disgraziatamente per loro, però, in ultima istanza aveva ragione Tibor Fischer e “avere in mano una pistola è come essere dalla parte giusta in un dialogo socratico”. Anonymous dunque
ha perso per abbandono la partita contro Los Zetas (e forse, si spera,
qualcuno ci ha guadagnato la pelle). Ci si dovrebbe guardare dal
dichiarare le guerre che non si possono vincere, specialmente se si ha
fama di Batman e il proprio film preferito si chiama V per Vendetta. Chi la scampa (la vendetta) ha vinto due volte.
L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.
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15 novembre 2011
MONTI PARTY
“Noi siamo tornati ad essere una house divided, una casa
divisa al suo interno, come l’America ferita dalla schiavitù nel Sud e
dall’abolizionismo nel Nord, come la Francia legittimista di Vichy e
quella libera di De Gaulle. Mai gli americani, i britannici e altre
nazioni civili sospenderebbero la regola della democrazia per
fronteggiare i mercati. L’Italia con il governo Monti, che nasce dalle
ottime intenzioni e dai riflessi condizionati di Napolitano, e dal getto
della spugna di Berlusconi (umanamente comprensibile, politicamente
dolorosissimo), si condanna a una condizione paurosa di minorità
costituzionale, una democrazia in braccio agli ottimati.”
Il Ferrara indignato ha
tutte le ragioni per esserlo. Le stesse di Ferrero, dei ragazzi di
Occupy Wall Street e delle “casalinghe inquiete” del Tea Party, come lui
stesso si premura di puntualizzare nell’editoriale quotidiano a suon di citazioni di Paul Krugman (babau liberal
sino a pochi mesi fa e teorico del fallimento della Bce oggi). La
plutocrazia ha commissariato la democrazia, il complotto s’è avverato,
Casa Pound e gli anarchici avrebbero tutte le ragioni per manifestare
insieme.
Bisogna chiedersi, a questo punto, se c’era un’alternativa. Ferrara,
Ferrero, Sallusti, Feltri, Santanché, insieme a Susanna Camusso, hanno
chiesto fino all’ultimo le elezioni per difendere la sovranità popolare e
il bipolarismo. Non è però che siano mancate le occasioni, alla
sovranità bipolare, per tentare di combinare qualcosa, ma per
diciassette anni la politica è stata al cinema a vedere lo stesso film.
A parte annunci e mezze riforme (sempre grandi in conferenza stampa)
tutti i tentativi di correggere i noti vizi della ditta-Italia – spesa
pubblica fuori controllo, parassitismi pullulanti, baronie voraci e
inefficienti, ignavia tecnologica – sono sempre naufragati miseramente.
Prima che i poteri forti la commissariassero, l’Italia era comunque
ostaggio di micro-poteri che l’hanno spolpata e condannata alla
paralisi.
Qualche anno fa, a Bologna, al bar “il Gatto & la Volpe” (il mio salotto radical-chic
di riferimento), si parlava del neo-commissario della città, la pugnace
signora Cancellieri (data per papabile come nuovo ministro). Un
vecchietto, ex vigilante all’annuale Festa dell’Unità
provinciale, a un certo punto mi ha apostrofato così: “E tota c’la zant
là, consiglieri, assessori e compagnia cantante, i van tot a cà?… A’m
piès la Cancellieri!”
Prima ancora di alzare un pollice, il Monti non-politico è già il salvatore della patria.
Ora verrà restituito lo scettro, gli elettori avranno ancora qualche
decisione da prendere oppure se l’Italia sarà del tutto una provincia.
Io spero nella seconda ipotesi: lo spazio politico è quello europeo e in
quella dimensione va ritarata una qualche forma di autogoverno (non
solo formalmente) democratico.
L’elezione diretta del presidente degli Stati Uniti d’Europa è solo
la proposta più notiziabile, ma nell’epoca della rivoluzione tecnologica
forse bastano i cittadini. Claudia Bettiol, ingegnere ambientale e
mamma, si è inventata un manifesto per promuovere la costituzione di un’authority europea
che s’intesti i beni culturali del continente, anziché svenderli per
pagare i debiti. A partire dal Partenone. Migliaia di cittadini degli
Stati membri stanno traducendo la proposta e raccolgono le firme.
È chiaro anche ai sassi che a suon di stangate forse si risanano i
bilanci ma di certo si diventa poveri e che l’Europa della Bce, dei
burocrati di Bruxelles e degli aiuti all’agricoltura ha fatto il suo
tempo. L’euro stesso paga la sua intrinseca debolezza, senza un prestatore di ultima istanza ma
con ventisette politiche economiche sul collo. La cosiddetta
speculazione non può che andarci a nozze e sarà sempre così, specie in
tempi di vacche magre. Per cui, è proprio il caso di dirlo, o si fa
l’Europa o si muore.
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9 novembre 2011
DO SOMETHING
 In tempi in cui l’Italia rischia l’11 novembre dei
conti pubblici a causa dell’impotenza dei suoi timonieri, l’azione in
quanto tale assume connotati rivoluzionari. A guardarci bene il rovescio
di popolarità del premier, sia tra gli elettori che sui mercati
finanziari (oltre che tra le élites cosmopolite che lobbeggiano
sull’economia globale, ma questa non è una novità), è dovuto proprio a
questa percezione d’impotenza. Che per “l’uomo del fare” significa la
pietra tombale sul suo carisma.
Così sono saltato sulla sedia quando ho aperto il sito del Corriere e mi sono imbattuto nell’azione di Giuliano Melani, che ha speso oltre ventimila euro per comprarsi una pagina del Corriere
con un accorato (e molto ben scritto) appello agli italiani perché si
comprino il debito, prendendo esempio dai giapponesi (il doppio del
nostro e tutto in casa). “Io non sono Diego Della Valle, ma voglio
essere uno dei portatori sani della soluzione. Questo appello mi è
costato un botto, per favore non fatene carta da macero!”
“Sono circa 4.500 euro a testa: lo so che le medie ci fanno fessi ma
state sicuri che molte persone dispongono di queste cifre”. Melani non
ha fatto il vago, ma si è messo a fare i conti in tasca agli italiani
entrando nel merito dell’investimento. “Vi giuro che ci conviene, negli
ultimi due anni sono state poste in essere manovre per 200 miliardi,
sono andati tutti perduti perché nel frattempo sono saliti i tassi
d’interesse sul debito”. Impeccabile, e subito ipercitato da politici e
banchieri. Sicché mi son detto: pensa se l’avesse detto Bersani a Piazza
San Giovanni.
Invece la ditta, in compagnia dei soci di Vasto, era impegnata
nell’operazione antipatia contro Renzi, uno che sgomita quando i giovani
dovrebbero stare a cuccia e aspettare il proprio turno. Mettersi a
disposizione. Troppo decisionista/protagonista questo Renzi, sembra
Craxi o Berlusconi (ci è pure andato a cena, l’infingardo) a sentire gli
umori della base del Pd, prontamente riportati dai segugi di Repubblica. Il Fatto l’ha paragonato al Duce, per non sapere né leggere né scrivere. Per la Bindi è un provocatore.
Secondo Bersani
alla manifestazione del Pd “c’è stato solo un battibecco. È stata una
cosa spiacevole. Ma vorrei ricordare che Renzi è uno del Pd e io sono
anche il suo segretario.” E poi, naturalmente, bisogna pensare
all’Italia, non ai destini personali, che non coincidono mai con le
ambizioni di chi sta fuori dal cerchio magico. Poi arriva la rasoiata di
Prodi: “Bersani è una persona eccellente, di grandi capacità, posso
dirlo, è stato un mio ministro, ma non riesce a “uscire”… Non è
confortante leggere che, con quel che succede, nei sondaggi il Pd non
riesce a crescere come ci si aspetterebbe”.
Certo l’inazione snervante e inutilmente parolaia del centrosinistra,
quella sinistra sensazione di “indecisi a tutto” che con il governo
dell’Unione aveva rapidamente raggelato ogni speranza di cambiamento
dell’elettorato, contribuisce non poco ai crucci del Professore. Anche
Prodi non fa il vago e presenta il conto al “manico” della ditta, con
tutta la crudele cortesia di cui un bolognese (acquisito) è capace.
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7 novembre 2011
OCCUPY HALLOWEEN
 C’è una consolidata tradizione di tentativo di occupazione del Samhain.
La festa di fine raccolto, l’inizio dell’inverno per gli antichi Celti,
è stata importata negli Stati Uniti dai coloni europei che tentavano di
portarsi dietro gli antichi dèi e i riti della loro Europa ancestrale.
Poi, insieme a Babbo Natale (made in Coke), il sogno americano ha rispedito al mittente la festa infiocchettata di pop, seppur nella sua sfumatura più dark.
Sempre più persone, festeggiando Dracula e Scary Movie,
rendono onore agli antichi dèi del lungo autunno pagano e alla loro
mitografia. È comprensibile quindi che alla chiesa cattolica girino le
palle e che le invettive dei suoi rappresentanti più sanguigni assumano a
ogni Halloween i toni trucemente grotteschi della crociata a mezzo
stampa. Negli ultimi anni, come da copione, i contenuti delle prediche
si sono concentrati sul carattere relativista dei festeggiamenti, che annacqua il valore religioso con frizzi e lazzi.
È buffo che sia proprio la chiesa cattolica a denunciare il furto di
fede (frizzi e lazzi contro autentica preghiera), quando la data di ogni
sua festa (a partire dal Natale) è stata minuziosamente tarata in modo
da coprire quella che c’era prima (in onore degli antichi dèi, appunto),
ereditandone fede e abitudine. La denuncia del carattere oziosamente
consumistico di Halloween, in Italia trova nell’elettorato ex-Pci il suo
alleato naturale, dando al termine “cattocomunista” un altro giorno di
splendore.
Quest’anno però l’occupazione più riuscita è venuta da chi, l’occupazione, l’ha fatta diventare il fenomeno politico più cool
del 2011. Le annuali parate di Halloween sono state occupate
mediaticamente dai cartelli di protesta contro la dittatura finanziaria
globale che hanno fatto il giro della Rete in poche ore. Secondo i
sondaggi, d’altronde, per i campeggiatori anti-sistema di Occupy Wall Street, la sezione Usa più celebre degli indignados, simpatizzano i due terzi dell’intero elettorato americano.
“A confermare la popolarità mondiale di Occupy Wall Street,
le agenzie turistiche ormai hanno inserito Zuccotti Park nei giri
organizzati dei torpedoni, alla pari con l’Empire State Building e Times
Square. I manifestanti hanno dovuto mettere dei cartelli “I turisti per
favore si fermino qui” per evitare che il via vai dei gruppi, insieme
con quello delle troupe televisive, finisse per invadere la privacy di chi dorme in sacco a pelo sotto le tende.”
E mentre a Zuccotti Park va in scena la parata delle star politically correct (and very glamour), in Ucraina s’indignano
pensionati e reduci della Caporetto afghana dell’Armata Rossa, in Cile
si ribellano gli studenti e la primavera araba, la miccia, si fa autunno
e consegna la Tunisia alla democrazia islamica (la gente vota un po’
chi gli pare, bisogna farsene una ragione).
“Le immagini si sovrappongono alla homepage, disturbando la lettura. C’è Batman che cerca un lavoro (Lost my job, found an occupation), uno dei protagonisti dei film di Austin Power, Mini-Me, che chiede soldi, un robot che ricorda il potere popolare del «Movimento 99%» (1% rich, 99% poor), un dinosauro che regge un cartello con la scritta «People, not profits» e un’infinità di altre figure prese in prestito dalla politica o dal cinema.”
Occupazioni e sit-in sono sbarcati anche in Rete, con soluzioni molto creative, sui siti di banche e finanziarie brutte e cattive, prima, e con un contest di
quattro giorni per creare icone di manifestanti da mettere a
disposizione di chiunque, in qualunque parte del mondo, per azioni
online. Tutto questo fermento, nell’epoca in cui con una app si calcola l’esatto numero di “schiavi” che mantengono il nostro stile di vita, di certo è un sollievo per il business della comunicazione che ha modo così di testare nuovi talenti. Gratis.
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25 ottobre 2011
LIBERTÀ DI CHE?
 Tre video del tutto diversi fra loro, che mi è capitato di vedere a
distanza di poche ore l’uno dall’altro, mi hanno indotto ad una
riflessione tanto greve quanto velleitaria. Uno spunto di discussione
per il nostro bar senza birra o semplicemente un’occasione per sfogarmi:
mi capita sempre più spesso d’indignarmi (con la “i” minuscola) per gli
squallori quotidiani, specie se consumati in nome o per conto della
libertà (con la “l” maiuscola). Il mio unico potere è scriverci su.
Il primo video mi
è spuntato sullo schermo mentre avevo mio figlio in braccio. Tra i
tanti “Il coccodrillo come fa?”, pubblicati su YouTube con la stesa
icona, ho cliccato sul primo che mi è capitato a tiro. Non ho fatto caso
alla mini-didascalia che compare, in bianco su banda rossa, durante i
primi secondi: “Video contenente materiale esplicito. È sconsigliata la
visione da parte di un pubblico minorenne.”
“Ma perché sti bigotti non la smettono di rompere il cazzo, io di una
persona guardo quello che fa, se una brava persona, e non conta nulla
se creda o non creda. E soprattutto ma se sapete che questo è un video
di bestemmie perche lo commentate.” È una canzone dello Zecchino d’Oro,
un balocco per bambini, che senso ha un remix a suon di bestemmie? “A
dir la verità la blasfemia (in pubblico) è punita legalmente. Vuoi
sapere che ne penso? Dio cane ma non è possibile!”. E ha ragione lui a
quanto pare: il video di Mosconi (“bestemmiatore d’élite”, secondo un altro commentatore) è su da mesi.
Il secondo video è quello pubblicato da Repubblica.it
sulla ragazza-madre black bloc. Non mi scandalizzano granché le
professioni di fede violenta, anche in una giovane madre, alla fine
forse è peggio (e più deleteria) l’ipocrisia moralista di chi lancia il
sasso e nasconde la mano. Ho provato orrore più che altro per lo
squallido teatrino da finto scoop con cui è stato imbastito il tutto:
osceno copricapo stile burka per l’anonima incazzata e prurito
contrabbandato da comprensione per il taglio del servizio.
Il riassuntino a fianco del video dice già tutto. “È una giovane
precaria. Mamma di una bambina molto piccola. Il 15 ottobre era in
piazza. A lanciare sassi e bastoni contro la polizia. Ha 30 anni, è
romana. E furiosa. Perché non riesce ad arrivare a fine mese, perché non
ha una casa, perché non ha aiuti per crescere sua figlia.” Quindi fa
bene a tirare i sassi? No? E allora che c’entrano i figli, la casa e
l’incazzatura?
Infine, Gheddafi. Sarà una banalità, ma l’iniezione di violenza che
si prova a vedere i video degli ultimi istanti di vita del Rais fanno
male alla salute. Capisco chi brinda e pure chi ha premuto il grilletto.
Fossi stato libico forse ora sarei a festeggiare, fossimo nel 1945
magari sarei a Piazzale Loreto a sputare sul Duce, freddato senza
processo e appeso a testa in giù. Fa schifo lo stesso, però, e fa male:
“Se guardi l’abisso, l’abisso ti guarda”.
L'articolo, con foto, è stato pubblicato su The FrontPage.
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15 ottobre 2011
RAGE AGAINST THE MACHINE
 “15 ottobre rivolta globale” scandisce un performer hip-hop indiavolato
da uno dei tanti sound-system del corteo, in sottofondo gli spari dei
lacrimogeni, le bombe carta, le sirene della polizia, le urla. Non è più
tempo di indignarsi contro i violenti o di questionare su slogan,
adesioni, partiti e non partiti: tutto l’armamentario politico
novecentesco non serve a spiegare questo 15 ottobre. 951
città in 82 paesi del mondo, gli Indignati di tutto il mondo lanciano la
loro sfida a banche, finanza, politica, presunti colpevoli della crisi e
del caos, di cui la guerra di Roma resterà una delle icone indelebili.
“È una giornataccia per Roma…” la diretta video di Nino Luca sulla
videochat del Corriere, su RaiTre c’è il ciclismo e su La7 un film con
Pozzetto (per la televisione italiana non succede niente), trasforma la
capitale nel set di “V for Vendetta”, il film-cult di questo movimento
tratto dalla graphic novel di Alan Moore. Su tutte le testate online, a
fianco delle gallerie di roghi e cariche vengono pubblicate le immagini
del resto del mondo, da Seul a Sarajevo e da Varsavia a Hong Kong. Gli
unici scontri sono quelli di Roma, come se l’Italia sentisse l’esigenza
di ambire anche a questo, di primato.
“Un attimo di calma irreale”. Dopo un po’ di silenzio inquietante e
di fuori-onda allarmati, l’anarco-diretta di Corriere.it riprende.
“Siamo messi male, Andrea… siamo messi male”. Silenzio, sirene, allarmi e
vetri in frantumi. La flemma di Nino Luca s’incrina leggermente “siamo
stati costretti ad arretrare… siamo proprio dietro i poliziotti che
vengono presi d’assalto… siamo in mezzo al guado, il corteo è spaccato
in più tronconi. Adesso c’è del fumo a via Merulana, ci sono altri
scontri a Piazza San Giovanni… E adesso è dura anche per noi lavorare,
sono arrivati i fumogeni, anzi i lacrimogeni… urticanti”.
Sciamano maschere di Guy Fawkes, l’uomo che il 5 novembre del 1605
tentò di far esplodere il Parlamento inglese (reso da Alan Moore l’icona
di “V”), in mezzo alle decine di migliaia di persone che continuano a
invadere la capitale per tutto il pomeriggio. A Piazza San Giovanni
arriveranno in pochi. Il cronista del Corriere riesce a intervistare una
ragazza di Salerno, nascosta dietro la maschera, la stessa indossata
dagli Anonymous per le loro scorribande sul web. Il tempo di pensarlo e
sulla home del Corriere compare Julian Assange, abbarbicato sui gradini
della chiesa di Saint Paul, a Londra, con un megafono in mano. La
polizia gli appena impedito d’indossare la maschera.
“Si stanno disponendo per preparare la carica. Stiamo vivendo con voi
questa emozione, vorremmo che fosse finito tutto da un pezzo… Cerchiamo
una via di fuga, ma da qui non la vediamo. I capi-pattuglia richiamano i
propri uomini, vedete? Siamo proprio dietro i carabinieri”. I
carabinieri però non sono contenti. “Perché non andate a riprendere
quelli che lanciano le bottiglie? Non dovete stare dietro le guardie! Ve
ne dovete andare!! Per motivi di sicurezza, ve ne dovete andare!”
Nino Luca abbozza, un po’ mesto. “È che ci sentivamo più sicuri
dietro i carabinieri… c’è nervosismo, è comprensibile, però noi qui
siamo per fare il nostro lavoro…”. Poi sbotta in una riflessione a voce
alta, che vale cento editoriali. “Sorprende… Sembra quasi, tutto
pianificato… Da una parte i black bloc dall’altra le forze dell’ordine,
in mezzo centinaia di giornalisti, telecamere, ragazzi con le macchine
fotografiche…”.
Come se fosse l’ennesimo atto di una commedia/tragedia col copione
già scritto. A sera una cupa conferma, alcuni manifestanti hanno
assaltato un blindato dei carabinieri e sono riusciti a darlo alle
fiamme. Prima che esplodesse, sopra, non hanno trovato altro di meglio
che scrivere “Carlo vive”. Come se fosse vero, come sa la vendetta
riguardasse ragazzi in divisa a millecinquecento euro al mese, come se
dieci anni non fossero mai passati. Allora come oggi è la rabbia,
moltiplicata dalla crisi, che dà le carte.
La foto l'ho presa qui.
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14 ottobre 2011
MAFIA 2.0
 “Il coraggio è una bella cosa ma è un lusso che non mi posso più
permettere alla mia età e, se il mio blog urta in qualche modo la
sensibilità di Repubblica, non sento certo il bisogno di
sfidarla. Abbandono dunque, senza tanti rimpianti per un mondo nel quale
non mi ritrovo”. Così Nino Mandalà chiude l’ultimo post del suo blog, in procinto di diventare uno dei tanti relitti senza più pilota che vagano per la Rete come randagi.
L’uomo ha recentemente subito la conferma in appello della condanna a
otto anni di reclusione per intestazione fittizia dei beni ed è
considerato il boss di Villabate, vicinissimo a Bernardo Provenzano di
cui, secondo gli investigatori, curò la latitanza. Il figlio Nicola,
quando è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’imprenditore
Salvatore Geraci ha voluto rilasciare una dichiarazione spontanea al
tribunale: “Ho fatto parte dell’associazione mafiosa Cosa Nostra; non
recrimino la condanna che i giudici mi hanno dato per questo reato. Ma
non sono un assassino”.
I media hanno contestato a Mandalà di usare il blog per mandare
messaggi cifrati ai suoi interlocutori politici, primo fra tutti il
ministro Romano a cui il suo nome è stato più volte associato,
ironizzando sulle sue velleità politiche e filosofiche (un blog è
innanzitutto un diario pubblico e capita di lasciarsi trasportare). Come
se un mafioso che tiene un blog fosse talmente inconcepibile da
risultare intellettualmente sconcio.
Forse i boss vanno bene analfabeti e brutali, che mangiano pane e
cicoria e mandano pizzini in siciliano stretto, ma se si mettono a
scrivere in italiano corretto mandano in bestia le anime belle dei liberal
di casa nostra. E dire che sono proprio i più acuti antimafiologi a
raccontare che il mito della mafia pizzini & mandolino è uno
stereotipo buono per i serial tv e i turisti di Little Italy.
Non dovrebbe indignare più di tanto l’immagine di un Mandalà che
armeggia con uno dei sacri feticci del profeta Jobs, per lasciare la sua
traccia nella blogosfera.
In termini investigativi anzi dovrebbe essere un vantaggio se un boss
tiene un blog per pontificare in libertà. Se è vero che Mandalà usa(va)
il blog come pizzino elettronico, ci s’immagina fior di segugi pronti a
decrittare ogni allusione e opacità. Era loro interesse che
continuasse. Certo non si tratta di uno stinco di santo, ma nemmeno I Soprano, Il Padrino e Scarface
lo sono. Naturalmente Mandalà è reale e gli altri no. Ma per chi legge
il suo blog e guarda la tv siamo sicuri che ci sia molta differenza?
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
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8 ottobre 2011
GLI ERGASTOLANTI
 “I giornalisti americani puntano i microfoni delle telecamere verso gli studenti. Sono rimasti sorpresi, non si aspettavano questa reazione della città. Non erano toghe, magistrati. Erano studenti e gente «normale» indignata per questa sentenza.” Il giorno in cui Ilda Boccassini s’indigna per troppe intercettazioni pubblicate dai giornali, e il pm del caso del quinquennio s’indigna per la mancanza di giustizia, nel giudizio di una corte dello Stato, è il giorno degli ergastolanti.
“È una piazza composita. C’e la signora forcaiola che direbbe la stessa cosa dopo qualunque sentenza: «È una vergogna. Adesso gli assassini sono in libertà. E Amanda fuggirà in America». C’è il signore complottista: «È stato creato un clima perché si arrivasse a questa sentenza. Dietro c’è la manina degli americani». Ma per strada ci sono anche tanti ragazzi, studenti universitari, quelli con il piercing al naso, con i capelli rasta. Insomma giovani che non diresti mai giustizialisti e dalla parte dei pm, che invece si uniscono al coro del dissenso per una giustizia ritenuta ingiusta.”
E così, dopo l’incidente diplomatico sfiorato e l’ennesimo sbertucciamento del nostro sistema giudiziario, che medioevaleggia in mondovisione senza costrutto né furore ma con casuale crudeltà, il caso Meredith ci ha regalato questi ultimi scampoli di italianità. Il pm Magnini che dice alla Stampa che le amiche di Amanda la odiavano perché aveva riempito la casa di preservativi e vibratori e una piazza schiumante accoglie il verdetto di un processo come fosse il risultato della finale dei mondiali o delle elezioni. Un tempo non troppo lontano gli studenti (con e senza dred) cantavano i Subsonica “lasciare le galere senza più passare dalla casa, liberi tutti”. Essere di sinistra significava stare dalla parte della libertà anche a costo di fottersene, in ultima analisi, della “law and order” propugnata (non a caso) da quelli di destra. Nell’Italia pre-2012 la bandiera del diritto alla difesa sembra essere rimasta in mano agli amici di Berlusconi, gente che ha approvato obbrobri come la Bossi-Fini. Proibizionisti, clericali e aspiranti censori della Rete. I Radicali che dissentono e, alla loro maniera, provano a mandare all’opposizione un segnale rischiano la purga. Vietato pensare.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
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18 agosto 2011
11/11/2011
 “Nella Cabala ebraica corrisponde alla lettera kaf, col
significato generico di realizzazione. Nell’esoterismo e nella magia in
genere, è considerato il “primo numero mastro”, essendo primo numero di
una decade numerica nuova (10+1). In generale significa un forte
cambiamento a fronte di una grande forza, e nei tarocchi l’arcano
maggiore numero 11 corrisponde infatti alla “Forza”. Nel Cristianesimo
11 è il numero degli apostoli rimasti prima della Passione, Morte e
Resurrezione di Cristo, e che potrebbe assumere il significato esoterico
di un imminente evento, cambiamento.”
Secondo Wikipedia
la numerologia è piuttosto chiara rispetto al numero 11: grandi
cambiamenti sospinti da forze formidabili. E il recente passato non
lascia adito a dubbi, in proposito: 11 settembre 2001 negli Stati Uniti,
11 marzo 2004 in Spagna e 11 maggio 2011 in Giappone sono lì a
testimoniarlo. Tutti naturalmente sanno che si tratta di stupide
coincidenze e che la razionalità umana, fucina di tre secoli di
conquiste memorabili che hanno fatto del mondo questo delizioso
posticino, non mente mai.
Solo nei postriboli della Rete, araldo del Neolitico tecnologico che
avanza tra roghi di Borsa e di piazza, si scrutano i segni e si
maramaldeggia con profezie più o meno fantasiose, peraltro ad esclusivo
beneficio del media-mainstream che ogni tanto ci sforna sopra un qualche
articoletto di colore per allungare il brodo. Una spruzzata di
Apocalisse per insaporire il piatto, ormai trito e ritrito, di sommosse,
stragi, disastri ambientali, colpi di stato, tette e culi.
Ed è in uno di questi covi di untorelli
che ho scovato l’11/11/2011: il giorno del giudizio universale sulla
ditta Italia. Una sequenza di 1 che suona come una batteria di fucili
che si dispone per l’esecuzione capitale del quarto debito pubblico più
alto del mondo, inverando il tormentone dell’estate: il default. Non è dato sapere se sarà davvero la fine dell’agonia, e gli autori del sito-profezia, che adducono un articolo del Sole 24Ore a sostegno della propria divinazione, non potevano prevedere gli interventi annunciati poi dal governo.
Non è ancora dato sapere se servirà davvero a qualcosa inserire il
pareggio di bilancio nella Costituzione, cancellare il Primo Maggio
(unica nazione al mondo), il 25 aprile e il 2 giugno (chissà se Sarkozy
facesse altrettanto col 14 luglio cosa succederebbe), bastonare i soliti
noti (quelli che già pagano le tasse), reintrodurre la tracciabilità
(la cui cancellazione fu in assoluto la prima misura del governo in
carica), abrogare mini-province e micro-comuni e annunciare la solita
sceneggiata sulla “dieta della politica”.
Per l’intanto ci si limita a segnalare che i terroristi numerologici
sono stati circospetti e si sono ben guardati dal mettere esplicitamente
l’11 in relazione con le recenti sciagure celebri, accadute in tale
data. Meno che mai col numero-madre
di tutte le Apocalissi: il 21/12/2012, alle 11 e 11 minuti, finisce il
nostro mondo, secondo la profezia Maya. Sommando le cifre della data,
provate a immaginare il numero che esce…
L'articolo, con foto, è stato pubblicato su The FrontPage.
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4 agosto 2011
NATURAL BORN HACKERS
 “Quando non c’è futuro come può esserci peccato, noi siamo i fiori
nella pattumiera, noi siamo il veleno nella vostra macchina umana, noi
siamo il futuro, il vostro futuro”. In God Save the Queen i Sex
Pistols vomitavano tutto il loro odio generazionale nei confronti di
una società che ritenevano già estinta. Sarebbe facile ascrivere allo
stesso climax esistenziale i giovani ribelli di oggi, specie quelli che a diciott’anni attaccano i siti internet della Serious Organized Crime Agency e della Sony.
Certo, c’è la denuncia per lo schifo di società che si sono resi
conto di ereditare, ma le analogie finiscono lì. Eppure, se possibile,
il divario generazionale s’è allargato ancor di più rispetto agli anni
’70: non solo codici culturali, stili di vita e linguaggi differenti
(quando non marziani), ma soldi, priorità, futuro. Chi è nato, nasce e
nascerà nell’era informatica da un lato pensa diversamente da chi ha i
ricordi in bianco e nero, dall’altro ha la solida certezza che, almeno
in termini statistici, vedrà girare meno quattrini.
A questo punto ci sono due alternative: le pubbliche lagnanze
(anti-casta, anti-premier, anti-precariato, anti-tutto) o l’azione. Il
fatto che il posto fisso vada scomparendo, ad esempio, presenta anche
dei vantaggi. Con il posto fisso scomparirà il menù fisso, consumato nel
baretto fisso dal gruppo fisso di colleghi spettegolanti. La civiltà
del posto fisso è quella del culto del venerdì, della metafisica dei
ponti, delle file in autostrada il primo agosto. È la stessa società,
sia detto onestamente, che ha permesso a una generazione il lusso di
poterla superare. E forse è arrivato il momento.
Il delirio dei mercati che da tre anni inchioda l’Occidente al suo
tabù più terroristico – la paura della povertà – dovrebbe avere già
convinto che le carte in mano ai cosiddetti decisori sono truccate,
perdippiù male. Il crescente arrancare con cui politica, business
e istituzioni si affannano a definire una direzione di marcia è forse
la madre di tutte le crisi. La crisi d’identità. Inflazione di potere e
atomizzazione sociale sono quello che ci resta, a guardare la tv e
leggere i giornali.
In questo spazio s’inseriscono gli attivisti della Rete libera, i cui
obiettivi si vanno facendo via via più politici. “E voi (Vitrociset, ndr)
dovreste occuparvi di sicurezza e affidabilità delle
infrastrutture/sistemi dei più importanti enti e istituzioni del nostro
Paese? Rideremmo fino a diventare cianotici se non fosse per il semplice
fatto che i soldi che percepite, oltre ad ammontare a cifre
incommensurabili, non fossero i nostri”. Così Anonymous e LulzSec, dopo lo smacco del defacement al sito internet del colosso della sicurezza informatica: “un rudere fatiscente”.
Tra il dire e il fare come si sa c’è una bella differenza. Tutti parlano dello stragista norvegese, si sfornano analisi e blabla vari,
su Facebook la gente mette la bandierina per solidarietà, nei bar e sui
blog (che sono bar senza birra) non si parla d’altro. Anonymous ha lanciato Operation UnManifest.
Obiettivo: resettare Breivik dalla faccia della rete. È chiaro a tutti
che all’uomo non importa nulla di stare nella sua prigione a cinque
stelle (il lusso che un paese civile può e vuole ancora permettersi) e
che considera ogni virgola sul suo conto una mostrina all’onore.
Qual è l’unico vero modo di punirlo? Pulire la cacca che si è
lasciato dietro, le mille pagine e passa a rivendicazione del suo gesto e
le altre stronzate in circolazione. Come antipasto Anonymous ha
già cancellato tutti i suoi post dal profilo di Twitter. Qual è il
deterrente per i mitomani e gli aspiranti emulatori? Far sapere loro che
ci sarà sempre un oscuro gruppetto di smanettoni, annidato in qualche
periferia della Rete, pronto a spingere delete sui loro deliri.
Certo, ci si aspetterebbe che questo genere di attenzione alla
sicurezza provenisse da politica, Stati, eserciti, polizie, intelligence. Invece tocca aspettare i “pirati”.
PS. Stazione di Rimini, 2 agosto 2011, ore 11 del mattino.
Nugoli di ragazzine scollacciate e di giovanotti urlanti scorrazzano tra
il bar e i binari, mentre raggiungo lo sportello “Informazioni” per
chiedere ragguagli circa il mio treno-fantasma. “Chiuso, rivolgersi alla
biglietteria”, suggerisce il cartello appiccicato sul vetro davanti
alla tendina abbassata. Tre o quattro turisti frastornati continuano a
fissarla, increduli, forse sperano in una sorta di misunderstanding
a lieto fine. Io mi faccio la mia brava mezz’ora di fila (col biglietto
in tasca) e quando sta a me domando spiegazioni. Risposta: “È che alle
informazioni c’è solo uno e quando va via dobbiamo fare noi…”.
In Italia siamo sempre più avanti, anche se ogni tanto ci sembra il
Terzo mondo. Dopo il fiume di parole sul turismo, la valorizzazione dei
beni culturali e via coglionando, basta fare un salto alla stazione di
Rimini per scoprire la realtà. E cioè che la politica, lo Stato, le
classi dirigenti stanno diventando irrilevanti, o peggio nocive. Urge
organizzarsi in proprio. L’Italia è un laboratorio formidabile e una
scuola di vita, dovremmo andarne fieri.
L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.
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26 luglio 2011
TERRORISTA CHI?
 “Per poter attuare con successo la censura dei media culturali
marxisti e multiculturalisti saremo obbligati ad attuare operazioni
significativamente più brutali e mozzafiato che porteranno a vittime”. È
in questo passaggio del memoriale
preventivo del ‘folle solitario’ norvegese, apparso in rete diversi
mesi prima della strage, la chiave psico-politica che ha attivato Anders
Behring Breivik. Sapeva che “l’uso del terrorismo come mezzo per far
risvegliare le masse” lo avrebbe fatto passare alla storia “come il più
grande mostro dopo la Seconda Guerra Mondiale” e si è calato nella parte
che si era autoassegnato.
Si tratta dello stesso salto di qualità che ha compiuto a suo tempo il Jihad
islamista, con la mediatizzazione meticolosa di ogni impresa
terroristica e di ciò che le stava dietro. Non solo, dunque, bombe e
kamikaze pianificati apposta per bucare i riflettori (durante le feste, i
pellegrinaggi, l’alta stagione turistica delle località frequentate
degli occidentali), ma anche video-preghiere di aspiranti martiri,
interviste alle madri: tutto ciò che ha potuto contribuire a costruire
casi mediatici, intorno alla morte di persone innocenti e alla causa per
cui sono state vittime e/o carnefici.
Fare entrare la morte nelle case degli spettatori del circo globale è
anche l’obiettivo dichiarato dello stragista norvegese e ogni parola
spesa dai media sulle sue gesta contribuisce a monetizzare
mediaticamente il sangue innocente che ha versato. Il grottesco riflesso
condizionato, che ha spinto le testate occidentali (il Foglio.it
titolava “Al Qaida dichiara guerra alla Norvegia”) ad attribuire la
paternità dell’attentato alle infide barbe maomettane, restituisce il
quadro surreale di una realtà capovolta in cui il carnefice, arrestato
dopo ventiquattr’ore ed esposto alla gogna feisbukiana in tempo reale, ostenta la calma fermezza di chi ha fatto il suo sporco dovere. Missione compiuta.
Il moralista adesso dirà: te l’avevo detto, la Rete produce mostri.
Ad Anders Behring Breivik ha spianato le porte del palcoscenico della
comunicazione globale, entro il quale ha potuto pianificare una strage,
pubblicarne con largo anticipo la rivendicazione ‘dotta’ (una sorta di
appello neogotico al sangue e alle radici, shakerando Templari,
mitologia celtica e guerra preventiva di bushiana memoria) sui siti in target
e assumersene pubblicamente la responsabilità per il bene dei cittadini
europei, ormai narcotizzati dai “media culturali marxisti e
multiculturalisti”.
Ed è un’email spedita al sito norvegese Document.no che rivela la sua ammirazione per i compagni di delirio dell’English Defense League
e il suo sogno d’importarla in patria. “L’Edl è un esempio e una
versione norvegese è l’unico modo per combattere le molestie nei
confronti dei conservatori della cultura norvegese.” Il collegamento con
la strage di Oklahoma City (168
morti, riflesso condizionato dei media, analogo delirio del killer, uno
sfigato come il norvegese) viene automatico ed è stato più volte
riportato in queste ore. Ma il contagio virale sul web, all’epoca, non
era un’opzione.
Se ha ragione il moralista bisognerebbe mettere i lucchetti ai server,
più che alle frontiere, perché quello che stanno passando le famiglie
dei ragazzi di Utoya non giustifica alcuna libertà, né il lusso
post-moderno (e “multiculturalista”, direbbero il killer e i suoi amici nerds
ariani, annidati nelle periferie del web) della condivisone della
conoscenza fra i cittadini del mondo. L’alternativa è usarla, la Rete,
anche per tenere sotto controllo gli Anders Behring Breivik che ci
sguazzano dentro. Biondi, alti e senza un pelo in faccia.
L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.
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19 luglio 2011
SPIDER TRUMAN SHOW
 “Malgrado dubbi e insinuazioni di illustri
opinionisti, politici e commentatori, continuano ad arrivare migliaia di
adesioni sul profilo di Spider Truman. Vogliono a tutti i costi sapere chi c’è dietro Spider Truman,
intervistarlo, proporre progetti editoriali: tutti ad osannare il suo
coraggio, poi con le buone o le cattive sapranno come metterlo a tacere.
Dicono che ha manie di protagonismo, ma al tempo stesso pretendono che
sveli la sua vera identità. Editori, giornalisti, televisioni: centinaia di avvoltoi cercano di
stanarlo. Allora dico a questi signori, ai politici che siedono sulle
poltrone, alle schiere di sgherri sguinzagliati nei corridoi di
Montecitorio come nel mondo virtuale del web: state attenti.”
Il coming-out fasullo del
presunto portaborse precario, licenziato e in caccia di vendetta,
racconta molto meglio di ogni dietrologia giornalistica la reale natura
del fenomeno mediatico che, a sentire i giornali, sta sputtanando (per
l’ennesima volta) i privilegi dei parlamentari italiani. Secondo ManteBlog il
rischio-bufala, amplificata come sempre dal cialtronismo giornalistico
che non confronta mai le fonti, è reale e si tradurrebbe in una sorta di
effetto-boomerang per i pecoroni della Rete.
Secondo alcuni Spider Truman starebbe rivelando segreti già noti,
assemblati ad arte in una classica operazione di comunicazione virale
con l’obiettivo (raggiunto) di mettere la politica con le spalle al
muro. Cosa cambia? Coi mercati che crollano e l’ennesima stangata
obbligata per non chiudere baracca, l’elenco delle (solite) peggio
scrocconerie parlamentari, inanellate dal blogger misterioso e
rilanciate in grande stile da giornali e tv, mandano fuori dei gangheri
un po’ chiunque non sia parte (seppur minore) del giro.
La pagina Facebook dedicata alle sue prodezze ha già passato i 320.000 iscritti (100.000 nelle ultime ventiquattr’ore) e il misterioso giustiziere online
ha già raggiunto il suo primo obiettivo. È ripartita infatti la goffa
gara dei volonterosi della dieta parlamentare e tra i partiti, a parole,
c’è grande fermento per “dare un segnale al Paese”. Probabilmente, poi,
tale fervore punta sulla tintarella d’agosto per “svelenire il clima”, e
l’accorto guastatore mantiene l’anonimato per non abbassare la guardia.
L’anonimato in quanto tale sembra essere la cifra identitaria di Spider Truman, che non a caso ha scelto l’iconografia di V for Vendetta (nella foto), già ampiamente utilizzata dal gruppo Anonymous e perfettamente incarnata dall’appello su Facebook a sostituire l’immagine del profilo al grido “Io sono Spider Truman”. Se le parole non sono un’opinione, poi, la seconda parte del finto coming-out suona come una firma.
“Spider Truman è lì vicino a voi. Spider Truman è ovunque. Spider Truman è ogni disoccupato che non trova lavoro perchè non ha santi in paradiso. Spider Truman è ogni precario che viene sfruttato per 900 euro al mese e poi dopo anni e anni buttato in mezzo a una strada. Spider Truman è ogni cassintegrato che deve sudare per arrivare a fine mese. Spider Truman è ogni operaio sfruttato e malpagato per 40 anni alla catena di montaggio per un salario e una pensione da fame. Spider Truman è ogni giovane costretto ad emigrare perchè gli hanno rubato il proprio futuro. Spider Truman è ogni anziano costretto a sborsare decine di euro di ticket se ha la pretesa di andare in un ospedale. Spider Truman è ogni uomo e ogni donna che a luglio ed agosto non può permettersi nemmeno una settimana al mare. Spider Truman è uno, nessuno e centomila.”
L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.
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13 luglio 2011
EUTANASIA POLITICA
 “Lo Stato non può sostituirsi ai genitori nel decidere a quali
contenuti i propri figli possono accedere e a quali no.” A proposito di
libertà dallo Stato, la sentenza della Corte Suprema degli
Stati Uniti d’America ha vietato il divieto di vendere videogiochi
violenti ai minorenni, stabilito dallo Stato della California. Nel farlo
ha equiparato, per la prima volta, i videogames alle altre
opere della creatività: film, libri, fumetti sono sconsigliabili a
seconda dei contenuti e dell’età, ma il Primo Emendamento li tiene alla
larga dai fans dei prontuari contro il Maligno.
L’Italia non è l’America, okay, e la nuova micro-polemica su “Euthanasia”, l’ennesimo videogioco finto nuovo (è in rete da un anno, ma nessuno di quelli che ne parla lo sa), innescata dall’intervista di Paola Binetti
a KlausCondicio si è incaricata di dimostrarlo un’altra volta. Secondo
Binetti “sono videogiochi violenti che hanno come obiettivo quello di
introdurre la cultura della morte facendo leva sui consumatori sempre
più giovani di videogiochi”, roba da tirar via al più presto dagli
scaffali e quindi dalle grinfie dei nostri frugoletti, tanto più che “Il
settore non è regolamentato”.
Il mercato dei videogiochi in Italia è regolamentato dal Pegi, il
codice europeo che definisce la fascia d’età a cui consigliati (come per
i film, i libri, ecc.) “Euthanasia” però si scarica gratis in
rete (che, si sa, è il covo del Maligno). Pensare di fermarne la
commercializzazione non ha alcun senso: non è mai stato in vendita. In
più nel gioco (classico sparatutto senza sfumature) il protagonista è
una “vittima” della propria scelta di suicidio assistito. Binetti,
Gasbarra, Roccella, genitori cattolici & company dovrebbero fargli un monumento a Serygala, lo sviluppatore indipendente che l’ha messo online.
D’altronde è sempre lo stesso paese in cui il Parlamento “lascia i cittadini liberi dalle macchine solo da morti”, per dirla con Bersani,
pochi giorni dopo che il non voto del suo partito è stato decisivo per
non abolire le province. La mordacchia alla Rete per via parlamentare
sembra che non si riesca proprio a mettere, così ci prova l’Antitrust, che invece di combattere i trust
(Mediaset-Rai e Sipra-Publitalia per dirne uno) prova ad azzoppare
quelli che non ne fanno parte. Poi, tutti insieme, parlano di
antipolitica.
L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.
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7 luglio 2011
BRIGATE INTERNAZIONALI
 “All’attenzione dei cittadini del mondo. La polizia postale italiana,
nelle ore precedenti, ha compiuto perquisizioni e denuncie nei
confronti di alcuni membri di Anonymous. I media hanno diffuso la notizia che l’intera rete Anonymous italiana sia stata smantellata e che il capo di Anonymous Italia sia stato catturato. Anonymous
nega quanto detto dai media e vorrebbe ricordare che non c’è nessun
capo, non c’è nessuna struttura, e che tutti operano allo stesso
livello. Niente è stato smantellato e la protesta continuerà più
rumorosa che mai. Le persone arrestate non erano “pericolosi hacker”
come definiti dai media, ma erano persone come tutti voi e sono state
arrestate mentre protestavamo pacificamente per i nostri diritti.”
Fanno sempre lo stesso errore: pensare di avere a che fare con l’ennesimo upload delle Brigate rosse (colonne, affiliati, leader e brodo di coltura) e non, tipo, con gente stile LulzSec
che, dopo aver violato i siti di Cia, Fbi e Sony (tra gli altri), ha
annunciato l’uscita di scena con un post su Twitter: “Abbiamo messo a
nudo imprese e governi soltanto per dimostrare che potevamo farlo.
Adesso la crociata è finita.”
Così “Secure Italy” (quindici denunciati, tra cui cinque minorenni e decine di computer sequestrati) viene venduta come una sorta di blitz contro
i Totò Riina della Rete, nonostante l’equilibrio dimostrato sinora dal
Viminale, il cui titolare ha sempre difeso la liceità di pratiche
diffuse (scaricare musica, condividere video, ecc.) ma fuori legge in
diversi paesi, pure democratici (la Francia, per dirne uno). Viene da
chiedersi se il cambio di strategia, dall’ammiccamento alle
perquisizioni all’alba, si debba al fatto che Anonymous, con opitaly, abbia alzato la posta annunciando nei giorni scorsi obiettivi politici on line in Italia, tra cui (guarda caso) la Lega Nord.
Il tutto avviene lo stesso giorno della manifestazione contro
la delibera in discussione all’Agcom (peraltro spaccata al suo interno
sull’argomento, che ha già provocato le dimissioni di due relatori)
sull’enforcement per il diritto d’autore on line, che ha sollevato il prevedibile vespaio in Rete. Con “Secure Italy”, secondo il Corriere
che cita un’anonima fonte investigativa, “non si perseguono i reati di
opinione ma solo i danni causati, che sarebbero ingenti anche se la
politica delle aziende colpite è quella di non rivelare nulla”. Le
accuse poi non dovrebbero portare ad arresti ma i danneggiati ora
possono avviare le cause civili. Perché allora tutta questa enfasi, il
nome altisonante (“Secure Italy”, sticazzi), i siti blindati (e i reati d’opinione che non si perseguono?), l’epica del blitz?
Da oggi è massima allerta: gli Anonymous rimasti anonimi potrebbero organizzare ritorsioni, fanno sapere anonimamente del ministero degli Interni. Potrebbero? “Gli Anonymous
Italiani non sono caduti di fronte a questo vile tentativo di
smantellare l’organizzazione e annunciano conseguenze per le azioni
compiute dalle forze dell’ordine, che avranno obiettivi ancora da
annunciare, per dimostrare che Anonymous è presente e combatte,
come ha combattuto in passato e combatterà in futuro per la libertà
della rete, in quanto ancora presente. Anonymous lancia un appello verso tutti i cittadini di internet, e agli Anonymous Internazionali, per farsi sentire più forti che mai. Noi siamo Anonymous. Noi siamo una Legione. Noi non dimentichiamo. Noi non perdoniamo. Aspettateci.”
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage, insieme alla foto.
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1 luglio 2011
ALL YOU NEED IS TAV?
Sogno tecnologico bolscevico, atea mistica meccanica, macchina
automatica no anima… macchina automatica no anima… Ecco la terra in
permanente rivoluzione. Ridotta imbelle sterile igienica, una unità di
produzione… Unità di produzione, tecnica d’acciaio scienza armata
cemento, tabula rasa elettrificata, tabula rasa elettrificata…”. Certo
le ghigne selvatiche dei pacifisti armati di bastone e “Fassino boia”
non sono state un bello spettacolo. Il modo migliore per mostrare che al
di là della disciplinata modernizzazione allignano purulenti la peggio barbarie e il caos. Una certezza, questa, che deve avere animato il sacro furore civico dei due conduttori della Zanzara
di Radio24 quando, dismesso il consueto abito irriverente e abilmente
cialtronesco, hanno mostrato la truce faccia dello sdegno progressista
alla basita signora Clelia. La signora Clelia aveva telefonato per dire
la sua sulla Tav. Non mostrava le tipiche stimmate dell’incarognimento
ideologico né della demenza buonista e si è dichiarata subito una fan
del duo, con la tipica timidezza pulita delle groupies di altri tempi.
Il problema è che non mollava. Neanche quando è suonata la rampogna
civica del conduttore ‘serio’ ché “se uno Stato decide e non è in grado
di agire non è uno Stato degno di questo nome”, intervallata dalla
litania urlante (gabellata da satira) della sua spalla, che inneggiava
al capo della polizia, Manganelli. La signora Clelia, rea di non aver
capito la sottigliezza e di aver scambiato Manganelli per manganelli
(forse l’ingegnoso intento del satiro) e – addirittura – di aver preso
le difese di “quei ragazzi”, è stata congedata in malo modo.
“Imporre alla gente della Val di Susa una cosa brutta è sbagliato”,
s’è arrischiata a sostenere la signora Clelia, probabilmente ignara del
rischio concreto di emarginazione socio-culturale a cui si esponeva. Il
particolarismo che non vede al di là del proprio naso, tipico degli
italiani mangia spaghetti (o fonduta) incapaci di pensare al bene comune
e attenti solo ai boschi di casa propria: questo il capo d’imputazione
della signora Clelia. Processata e condannata in diretta radio,
senz’appello.
Ora, gli dèi mi scampino dalla difesa dei No-Tav (in linea di massima
sono troppo brutti e carichi di ciarpame militante per essere difesi),
ma la signora Clelia e il suo ostinato particolarismo montanaro meritano
qualche parola in più. Intanto uno Stato se la deve guadagnare la
pagnotta dell’autorevolezza e non bastano i tricolori, un giorno di
ferie in più, qualche bla bla su Garibaldi&Co e il discorso di
Capodanno di un signore perbene per mettere la sordina allo schifio di
questi ultimi vent’anni di cosiddetta Seconda repubblica. Tanto meno
bastano i manganelli, sguinzagliati per di più da un signore
intelligente che divide il proprio tempo tra il Viminale e Pontida.
Poi, senza volermi arrischiare in tediose filippiche jungeriane, c’è un problema col progresso. Che, a differenza della pace,
è un mestiere e un’ideologia e per certi versi una vera e propria
religione che tiene inchiodato l’orologio del mondo ai fumi della prima
rivoluzione industriale. “Le magnifiche sorti e progressive”
dell’umanità, il sogno di un progresso materiale ineluttabilmente
positivo, che moltiplica in continuazione pani, pesci, pescivendoli e
fornai, e chiede il suo sacrificio di alberi, montagne, pietre e animali
che altro è se non un trip agli sgoccioli? Il mondo è più felice,
adesso?
Qual è il fine del progresso, se non il progresso stesso, e in che
cosa è diverso dagli altri monoteismi che chiedono atti di fede contro
speranza? Che differenza c’è tra le scavatrici della Val di Susa, che si
apprestano a far svettare il tricolore su abeti sradicati, nidi di
scoiattoli e cime millenarie, con gli appetiti del gigante minerario
indiano Vedanta Resources, che della montagna sacra dei Dongria
Kondh riescono solo a calcolare i due miliardi di dollari di bauxite che
ci stanno sotto? Cosa cambia con i Buddha abbattuti dai talebani in
Afghanistan, coi roghi di libri dei nazisti, coi templi Inca e Maya
piallati dagli evangelizzatori e usati come base per le loro chiese? Chi
decide cos’è sacro e cosa può essere spazzato via dal mondo?
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
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